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La politica nel Neoclassicismo

aprile 29, 2015

Schegge di italianistica

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Monti, Alfieri, Foscolo

Dopo il plauso entusiastico dei contemporanei, De Sanctis e Leopardi furono abbastanza duri con Vincenzo Monti, in cui vedevano un poeta più immaginifico che profondo. Una sorta di rivalutazione si ebbe poi con B. Croce, che però ebbe cura di relegarlo più tra i letterati che tra i poeti. W. Binni, in “Monti poeta del consenso”, ribadì più o meno l’impressione di Croce: del Monti esaltò la grande professionalità, ma non gli parve di scorgere in lui grande poesia. Binni definì Monti “poeta del consenso”, non solo perché questi aveva la tendenza a fiutare il vento e a mettersi sempre dalla parte dei più forti, ma anche perché gli riconobbe una vera e propria passione per l’antichità, cosa che lo inseriva a pieno merito nella corrente neoclassica. Binni comunque evidenziò una certa “flessibilità” critica nei confronti di Monti, cercando di individuarne soprattutto gli aspetti positivi.

Carlo Muscetta, al contrario, dette invece giudizi severissimi su Monti e operò un’inesorabile stroncatura dell’uomo e del poeta. Pur essendo vissuto, nota Muscetta, in un momento storico ricchissimo di rivolgimenti ideali (l’affermarsi delle idee di Nazione e di Libertà), egli rimase fuori dal corso degli eventi, perpetuando la figura del letterato puro, estraneo ai movimenti di pensiero e alla politica del suo tempo; sempre dalla parte dei potenti, sempre pronto a cambiare bandiera, egli meritò ampiamente l’epiteto dispregiativo di “voltagabbana”.

L’altro grande rappresentante del periodo neoclassico fu indubbiamente Ugo Foscolo. Per Foscolo non si può parlare di un neoclassicismo estrinseco e puramente epidermico: il suo amore per la classicità e i miti dell’Ellade aveva qualcosa di profondo e di viscerale, che coincideva con la sua stessa concezione della poesia. la Grecia era vista da Foscolo come un mondo perduto di bellezza serenatrice, che egli si affaticava di raggiungere con la propria poesia, sia sul versante dei contenuti sia della forma. Le affinità di Foscolo con Monti sono pochissime, addirittura nulle, se si tiene conto della risolutezza con cui Foscolo perseguì i propri ideali politici.

Diversi sono invece i contatti che si possono stabilire con Alfieri. La critica, in generale, è abbastanza concorde su questo punto (l’“Ortis” è di stampo alfieriano): comunque è una “concordia discors”, in quanto, se e facile trovare affinità, lo è altrettanto individuare punti di aperta divergenza. Alfieri, come sottolineò Sapegno in un saggio memorando, “Alfieri politico”, era molto lontano da una visione politica reale e soprattutto “realizzabile”. L’eroe alfieriano è chiuso in un maniacale contatto-repulsa nei confronti della tirannide. La sua lotta è quella dell’individuo d’eccezione che, in effetti, non riesce mai a concretizzare nella “realtà effettuale”, per dirla con Machiavelli, le istanze libertarie che gli urgono dentro.

Anche per Luigi Russo [ “L’interpretazione politica di Iacopo Ortis”] Alfieri non ebbe contatto alcuno con il popolo, verso cui nutriva anzi il più profondo disprezzo Secondo Luigi Russo, mentre l’Alfieri, per il suo individualismo senza sbocchi, si era precluso ogni via verso il mondo reale, Foscolo partecipò in modo vivo e fattivo alla realtà storica del suo tempo. Già nell’ “Ode a Bonaparte”, Russo individuò i caratteri di fondo del pensiero politico di Foscolo, per il quale l’ufficio delle lettere non è qualcosa di avulso dalla realtà, bensì un modo di vivere in comunione con gli altri uomini. La vocazione politica di Foscolo costituì il momento decisivo della sua ispirazione poetica, e ciò è ravvisabile non solo nello “Iacopo Ortis”, ma anche in opere “insospettabili” quali sono “Le Grazie”. Il suo sentimento politico, a detta di Russo, ebbe quasi un sapore savonaroliano, tanto era potente. Ma la sua sete di libertà si scontrò con una realtà dura, dominata dalla tirannide, difficile da scalfire. Di qui una visione cupa del mondo, e il rifugio nel suicidio.

Per Carlo Muscetta lo “Iacopo Ortis” fu “una ragazzata di genio”, una ragazzata di cui non si può non ammirare la forza d’animo che sprigiona, sorretta com’è da uno stile alto e ben congegnato. Quanto poi alla reale portata del pensiero politico di Foscolo, Muscetta mostrò parecchio scetticismo, per cui pare di capire che a suo parere il Foscolo fu un velleitario né più né meno di Alfieri. Velleitari ambedue perché non avevano compreso che la libertà non si raggiunge per opera di uno solo, ma con il concorso del popolo. Questo l’aveva intuito perfettamente Mazzini, continua Muscetta, il quale appunto aveva criticato nel Foscolo la fiducia che questi aveva riposto in Napoleone, senza comprendere che la libertà cui tanto agognava si poteva conseguire solo con l’unione di tutti coloro che erano sferzati dagli stessi bisogni.

Muscetta, a supporto della sua tesi, riporta altresì le parole di Carlo Cattaneo, il quale a suo parere tracciò un profilo estremamente acuto del pensiero politico di Foscolo. Per Cattaneo, l’idea di libertà di Foscolo è tipicamente classica, e non possiede coscienza vera delle forze che muovono l’agire politico e degli enormi sforzi comuni che tutti i popoli devono attuare per conseguire dei benefici duraturi. Foscolo del resto non aveva alcuna fiducia nelle forze popolari, che anzi egli liquidò sbrigativamente con l’epiteto spregiativo di “plebe”. Con tutto ciò, anche Muscetta non nega l’alto valore morale che ebbe l’azione disperata di uno Iacopo Ortis sulla coscienza dei contemporanei. Solo per questo il libro, dice Muscetta, lo scrittore merita di essere “salvato”. Critiche sul versante puramente letterario vengono da Asor Rosa, il quale, pur riconoscendo la forza insita nel pensiero politico di Foscolo, il suo disperato bisogno di libertà, la volontà con cui perseguì i propri ideali, gli rimprovera un linguaggio eccessivamente aristocratico ed elitario. Il poeta, secondo Asor Rosa, non si era reso conto che solo attraverso un “degrado della forma” il suo messaggio sarebbe potuto giungere molto più in là degli angusti confini segnati dalla nobiltà illuminata e dalla borghesia “litterata”.

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