La sotterranea “linea democratica” della massoneria

Chiunque si sia “scontrato”, o per interesse personale o per dovere di studii con il fenomeno latomico della massoneria, sarà stato edotto su fatti e personaggi di notevole interesse: aspetti esoterici sfocianti nell’occultismo, nomi come quelli di Casanova, tanto per citare un personaggio che a Venezia ebbe un ruolo di primo piano nello sviluppo della setta nella città. Ma se ci si dovesse chiedere qual fosse mai stato il “quid” qualificante della massoneria, probabilmente ci si troverebbe di fronte a un  qualcosa di difficilmente definibile, o comunque a un qualche cosa dai contorni estremante sfumati, per non dire confusi.

Arthur  Preuss, per esempio, nella sua poderosa e curata storia sulla massoneria negli Stati Uniti,  raccontava, intanto, che, all’inizio,  le logge massoniche inglesi erano  indicate da un numero, e poi con il  nome della taverna dove gli affiliati si riunivano.  Intorno al 1738, a Londra, diceva Preuss, in Queen Street  esisteva la “Lodge No 6 at the Rummer tavern”, dove gli adepti, tra una chiacchierata e l’altra, si sorbivano “three small glasses of punch”; i quali, insomma, si facevano un bicchierino (1). Ma, Preuss, rivolgendosi al Doctor Mackey,  si poneva ben altre questioni:

“Vorrei che mi diceste in tutta sincerità, chiedeva Preuss,  ciò che vi è stato detto riguardo agli obiettivi e agli scopi dell’Ordine. Forse si tratta di un’organizzazione con scopi puramente sociali? Una semplice adunanza volta a promuovere una società migliore? Una società che lavora per il progresso  e l’assistenza dei suoi membri? Una semplice associazione benefica  che si prende cura delle vedove, degli orfani e dei fratelli in difficoltà? Forse che essa non ha nulla a che fare con la politica, o i partiti, o la religione?

“Qual è dunque, si chiedeva Preuss, il ‘disegno’ finale della massoneria?” (2).

Nonostante gli inizi “da taverna”, la massoneria diventò progressivamente un’organizzazione segreta molto potente, che ebbe larga fortuna in Inghilterra, Francia e Germania. In Italia la massoneria attecchì, dal XVIII secolo, in molte regioni, ma specialmente nel Regno di Napoli. Il periodo aureo della massoneria italiana, tra XVIII e XIX secolo, fu l’età napoleonica; e, a quanto c’è dato sapere, Napoleone si servì abilmente e sagacemente di essa come instrumentum Regni. Dopo di che, la società segreta subì in progressivo declino nel nostro paese (3).

Il problema nodale della massoneria fu sempre costituito dall’indeterminatezza dei suoi obiettivi “ultimi”. In genere i massoni furono sempre guardati con estrema diffidenza, mentre il loro “rassicurante” ritornello fu sempre lo stesso:

il loro scopo era “umanitario”.

Il nostro Arthur Preuss, di fronte all’apparente  innocuità della setta, si chiese allora perché “anche” la massoneria americana fosse stata avversata sì aspramente. Si dice , asseriva Preuss, che la massoneria sia un’associazione puramente benefica, in cui non si riscontra nulla di male. Ammette tutte le religioni in uno spirito di tolleranza universale. Insegna l’amore fraterno e la comprensione, l’amor di Dio e la fratellanza. Richiede  moralità di comportamenti; applica il rispetto dell’autorità, assiste i suoi associati. Quindi, concludeva Preuss,  l’opposizione alla massoneria americana è di difficile  comprensione.   Eppure, diceva convintamente Preuss, l’ opposizione alla massoneria americana c’è stata,  ed è stata  una forte opposizione, in particolare da parte della Chiesa cattolica. Si trattava d’ignoranza, di pregiudizi e di bigottismo? Oppure d’orgoglio  ferito per aver a che fare con un potente concorrente? (4)

I “dubbi amletici” di Preuss sono non soltanto comprensibili, ma anche condivisibili, poiché, nonostante le reiterate assicurazioni di “innocuità”, l’indeterminatezza degli “obiettivi ultimi” gettava  sulla setta un’ombra di inevitabile “sospetto”.  La ragione della succitata “indeterminatezza” dei contenuti e dei fini “ultimi” sembrerebbe  trovare una spiegazione plausibile non solo, come vedremo fra poco, nei nuovi “ideali” professati, ma anche nella struttura gerarchica della setta stessa: gli adepti della massoneria occupavano vari livelli all’interno dell’organismo segreto, per cui,  coloro che erano situati ai massimi livelli, avrebbero “saputo” molto di più rispetto agli affiliati di recente acquisizione, e, con buone probabilità, “ avrebbero” potuto  sapere di obiettivi e scopi  agli altri  sostanzialmente ignoti nonché preclusi.  I “fini ultimi” della setta sarebbero  stati gelosamente custoditi

“nei Gradi più elevati, perché è tuttora impossibile risolvere molti dei misteri che sono custoditi in essa. Per la maggior parte di coloro che si definiscono massoni, s’immagina che  il tutto è conosciuto soltanto nei cosiddetti Gradi Blu” (5)

Quel che è certo è che i riti iniziatici, ricchi di simboli e misteri, destarono inevitabilmente molte diffidenze nelle autorità costituite del tempo, per cui la massoneria ebbe sempre una vita  stentata, specie in Italia.

E poi, sarà vero che la setta “has nothing to do with politics”, come si legge in una questione posta da Preuss?

La massoneria fu fenomeno  molto complesso e anche irto di interne contraddizioni. E qui vorrei richiamare uno dei momenti cardine degli studi sulla massoneria in Italia: mi riferisco alla “Storia della Massoneria in Italia” di Carlo Francovich, che apparve nell’ormai lontano 1974 (6). Francovich discusse della massoneria italiana “prima” dell’avvento dei francesi; e ci diceva intanto che gli adepti italiani alla massoneria furono all’inizio tanti  intellettuali e borghesi  anelanti a cose nuove: tra di essi, a formarne i quadri di riferimento, la “classe dirigente”, abati  e nobili aristocratici (7),  che “aprivano” al “  ‘fratello’ borghese”  (8).

Il richiamo alla “fratellanza” rischiara  di non poco la nebbia che avvolge la massoneria e fa comprendere il motivo di tanta avversione verso la setta. Francovich ci erudisce che i “muratori accettati (acceptae masons)”, “una volta entrati nella fratellanza, acquisivano ipso facto, anche se di cultura e di livello sociale più elevati, gli stessi doveri e diritti degli altri, in base al principio dell’uguaglianza, rigorosamente  professato ed esercitato dalla corporazione artigiana”  (9). Il che non poté sfuggire agli osservatori più attenti e smaliziati, i quali individuarono subito  “il carattere sovversivo  del principio di uguaglianza, praticato nelle logge tra fratelli di varia provenienza sociale e religiosa” (10). Inoltre, e qui Francovich “risponde” anche alla domanda se la massoneria “has nothing to do with politics”  :

“Va  poi  notato  che  il  principio  di uguaglianza, asserisce Francovich,  praticato  nelle  logge  della  massoneria  operativa, trasferito  in  quella  speculativa,  acquistava  un  significato  nuovo,  un  significato  politico,  unendo nell’organizzazione  muratoria,  non  solo  cattolici  e  protestanti,  deisti  ed  atei,  ma  anche  nobili  e borghesi, cui era imposto, tramite i legami massonici, sentirsi e comportarsi da ‘fratelli’”  (11). Senza poi tralasciare il dato che l’origine inglese della massoneria nacque proprio sotto il segno della lotta politica:

“Questa lenta trasformazione della massoneria da operativa in speculativa, si stava realizzando in Inghilterra,  mentre  era  in  corso  la  lotta  fra  gli  Stuart  e  il  Parlamento  e,  successivamente,  fra  gli Stuart e gli Orange. In  tale  situazione  ‘le  società  segrete  diventavano punti  di  riunione  per  i  vinti,  i  quali  se  ne servono per i loro intrighi’. Non è dunque un caso se per primi fossero proprio gli Stuart a pensare di  servirsi  delle  logge  per  i  loro  fini,  dato  che  ufficialmente  la  massoneria  rientrava  ancora nell’osservanza del culto romano, praticando l’obbligo – riconfermato nel 1693 – di essere ‘fedele a Dio  e  alla  Santa  Chiesa’,  secondo  le  disposizioni  che  si  trovano  ancora  negli  statuti  del  1704 emanati dalla loggia di York”  (12).

Non meno sospetta era, accanto all’uguaglianza, la rivendicazione massonica della “libertà individuale”, essendo “stato l’uomo creato in una pienissima libertà naturale, che non può senza ingiuria di chi la dié [= diede], e di chi la ricevé in conto alcuno restringerla”  (13).

Insomma, a poco a poco Francovich “risponde” ai quesiti sollevati da Preuss: la “difesa” massonica dell’uguaglianza e della libertà dell’individuo si poneva in nettissima rotta di collisione con tutta la struttura dell’Ancien Régime, laico e religioso, che mostrava di non  tollerare la diffusione di pericolosi  principî settari che minavano nel profondo una millenaria e indiscussa auctoritas politico-religiosa. Soprattutto perché alla “fratellanza” seguiva la difesa della “tolleranza” (sottinteso, appunto, “specialmente” religiosa):

“Si condannava infatti lo spirito di tolleranza, che permetteva nelle logge la promiscua presenza di cattolici, di protestanti e talvolta perfino di Ebrei! Si condannava inoltre l’inviolabilità  del segreto massonico e il fatto che questo fosse suggellato da un giuramento”  (14).

Evidenziando le scaturigini ideologiche “prime” della massoneria, ci si spiega il “perché” della fortissima avversione dei sovrani e della Chiesa d’ Ancien Régime verso di essa; e si risponde in qualche modo ai reiterati e molteplici “perché”  di Arthur Preuss, il quale si chiedeva, in primis,  “come mai”, per dei  “semplici” motivi “umanitari” la setta fosse stata così fieramente osteggiata in tutto l’orbe terracqueo. La risposta, come al solito, si nasconde nei “dettagli”, che poi tanto “dettagli”  proprio non sono.

Quando i massoni asserivano, a dritta e a manca, che lo scopo della setta era “umanitario”, con  “criptica” sinteticità, essi rivelavano  una “verità” che, sin dalle origini, scorreva per li rami della setta. Soltanto che, a mio avviso, lo “scopo umanitario” non poteva essere ristretto a come, per esempio, fu inteso da Giuseppe II (et alii) nel 1785, ossia come semplice “opera di bene a favore di”:

“Nell’editto del 1785, scriveva la Marcolongo, Giuseppe II diceva: ‘A me […] basta di sapere che tali unioni di franchi Muratori abbiano fatto qualche sorta di bene a favore dell’umanità, dell’indigenza e della educazione’” (15).

La “cripticita”, spesso fuorviante, del termine “umanitario”, lasciava spazio a una generica quanto facile “condiscendenza” verso la setta. Ma se guardiamo al fenomeno in profondità, e se allarghiamo lo sguardo ai  principî fondamentali della massoneria, le cose cambiano aspetto. I massoni si dovettero scontrare con lo zoccolo duro di principî mai scalfiti nella società d’antico regime. Di qui dunque la necessità assoluta di una prudentissima “segretezza”: pena la scomunica e l’annullamento di ogni progetto “umanitario”. Quindi, diceva l’astuto Mackey a Preuss, giocando molto con le parole e senza dire un bel niente:

“Secrecy is but the veil which hides what lies behind”; ossia,

“la segretezza altro non è se non il velo che ‘nasconde’ ciò che ‘si nasconde’ dietro”.

Ma il problema permanente è costituito da ciò che ‘si nasconde dietro’: cosa “si nasconde dietro”? (16).

Se auscultiamo il termine “umanitario” nelle sue sfumature, cosa  ci può essere, dico io,  di più “umanitario” della difesa delle libertà individuali, della tolleranza, declinata in tutte le sue sfumature, e della fratellanza-solidarietà (il ribadito, a ogni piè sospinto, “mutuo soccorso”)?

Con il termine “umanitario” la massoneria copriva “il” tutto: ossia tutti i valori più alti  che ineriscono alla humana vita, alla vita cioè dell’uomo nel mondo sublunare. Valori che, per umbras, affiorano come fantasmi  dalle parole di Mackey, il quale, partendo dal solito motivo “umanitario”,  fa trapelare però qualcosa di “indicibile”:

“La  stragrande maggioranza dei discepoli”, dice MacKey, “arriva con eccessiva rapidità alla conclusione che sia la carità, e anche , con un termine meno solenne,  l’elemosina,  il grande disegno dell’istituzione […]  Altri […] credono che il destino della massoneria sia esclusivamente quello volto a promuovere i rapporti sociali e a cementare i legami di amicizia […] Ma il vero oggetto e lo scopo ultimo della massoneria […] non sta né in una mera socialità né in una mera opera di carità che si manifesta sotto forma di assistenza materiale ai poveri, agli anziani e agli afflitti; nel più alto ideale massonico v’è qualcosa di più elevato, qualcosa di più grande; qualcosa di incommensurabilmente più onorevole del Massone anche istruito” (17)

Che poi, con lo svilupparsi delle logge un po’ dappertutto, si sia assistito a una sorta di “assalto alla diligenza” da parte di astuti imbroglioni e imbonitori di tutte le fogge (che s’insinuarono in tutte le logge) sta nelle cose del mondo (accade lo stesso con i partiti politici). Così, mentre ben diecimila massoni d’Austria cercavano la “pietra filosofale”  (18) , Francovich ci assicura che la Francia, per esempio, contò la presenza di molte logge particolarmente vocate alle scienze occulte. Nella loggia massonica di Strasburgo, scriveva Francovich, i gruppi dirigenti si distinguevano per un “animo misticheggiante” essendo “dediti all’occultismo […] Ciò può servire a spiegare il successo, proseguiva, di Cagliostro in quella città, favorito dal vago spiritualismo dei ‘fratelli’”  (19). Non minori ancorché stravaganti “vocazioni”, che ebbero a che fare con millantatori d’alto rango, potremmo trovare in Germania, dove, per esempio, il “barone dell’Impero Von Hund”, nato nel 1722, “pur non possedendo  le conoscenze segrete da lui millantate, e pur non avendo i contatti con i Superiori Sconosciuti, di cui proclamava solennemente l’esistenza, si accinse da solo a riformare ed a moralizzare […] la libera muratoria tedesca”  (20).

La massoneria italiana fu strettamente connessa alla loggia inglese, che ufficialmente nacque “il 24 giugno del 1717, durante la solennità massonica di San Giovanni Battista, alla Gran Loggia di Londra”  (21). In Italia la setta poté contare sull’adesione d’intellettuali di vaglia, aristocratici di valore,  borghesi e regnanti “illuminati”; cosicché si contano logge da Milano (dal 1756 ) (22)  a Venezia, come da Firenze a Napoli. A Venezia giocò un ruolo importante Casanova, il quale “recitò una parte di primo piano nella vicenda della libera muratoria veneziana” ( (23); mentre “John Murray e Joseph Smith, erano, se non i fondatori certamente i promotori della loggia veneziana”. La loggia di Firenze aveva una chiara matrice inglese, e pare avesse esercitato “una certa influenza per la qualità e il numero dei suoi membri” (24). “Se a Firenze la massoneria ha un carattere razionalista, con tendenze al deismo e al materialismo, non senza venature libertine, ciò è dovuto all’influenza degli inglesi che ne furono i fondatori”  (25). A Napoli, i massoni trovarono dapprima un clima di aperta ostilità, ma anche appoggi ragguardevoli, grazie all’ “impegno crescente di Maria Carolina a favore dei ‘fratelli’” (26).

Il dato da tenere in debita considerazione è comunque quello per cui in Italia si conobbero non minori  stravaganti “vocazioni”  rispetto agli esempi francesi e tedeschi (nonché non minori assalti alla diligenza di individui che volevano entrare in certi ambienti per fini carrieristici), ma le logge italiane furono anche più “fedeli allo spirito originario della libera muratoria inglese”  (27).

Quando, nel 1717, prese piede la “Gran Loggia di Londra”, spiegava Francovich, “la grande loggia si assunse subito l’incarico di unificare i regolamenti della massoneria”  (28). E tra i principî  inderogabili vi furono sempre e comunque quelli fondanti sopra accennati; ossia i  principî di fratellanza, uguaglianza e tolleranza:

“Qualunque fossero le loro opinioni politiche e religiose, i massoni dovevano considerarsi fratelli in seno alle logge,  se, scontrandosi nel mondo profano, non potevano applicare i principî del mutuo soccorso, erano tenuti almeno a non nuocersi sul piano personale”  (29).

Più esplicitamente: il “programma” della loggia riformata da Desaguliers a Londra, mantenne “il principio della segretezza, [perché] rendeva ancora più stretto il principio della fratellanza”; ma la promozione della “libera discussione in seno alle logge, la periodicità e la eleggibilità delle cariche, le decisioni prese prese a maggioranza e la votazione a testa introducevano la prassi della democrazia, cui comincia ad aspirare la parte più consapevole dell’opinione pubblica inglese ed europea”  (30).

Non è che, come dicevamo,  anche nelle logge italiane, non vi fossero “stravaganze”, ma una certa “fedeltà” ai principî fondamentali (inglesi)  non mancò mai. Nella massoneria napoletana, per esempio, che pur era molto “variegata”, e dove si poteva trovare un po’ di tutto, anche qui, dice Francovich, “nonostante  il  carattere  ermetico  e  spiritualista  di  certi  esponenti,  come  il  principe  di Sansevero  e  il  barone  di  Tschudi,  nonostante  la  superficialità  mondana  di  molti  adepti,  la massoneria  teneva  fede  anche  in  Napoli,  al  suo  cosmopolismo,  con  l’unire  in  loggia  svizzeri  e napoletani, milanesi e francesi, piemontesi e inglesi; teneva fede al principio di tolleranza, ponendo fianco  a  fianco  nelle  cerimonie  latomistiche  e  nei banchetti  massonici,  il  frate  francescano  al negoziante calvinista, lo spiritualista all’ateo e al cultore di scienze occulte”  (31).

Se volessimo, alla fine di questa nostra rapida rassegna sulla massoneria italiana  “fino” alla Rivoluzione Francese, dare un giudizio complessivo sulla setta, potremmo asserire che, bene o male, essa si fece portatrice di principî “umanitari” che potremmo declinare come decisamente “democratici” (32). E non si potrebbero trovare parole migliori di quelle dello stesso Francovich, il quale, a conclusione della sua veramente imponente ricerca, ebbe a dire:

“Nel domandarci, a mò di conclusione, se una tale fratellanza abbia giovato o meno al progresso umano,  a  nostro  avviso  si  deve  rispondere  che,  pur facendo  la  dovuta  parte  alle  contraddizioni interne delle due sue componenti principali, al ciarlatanismo ed all’infantilismo di certi rituali, essa fu un elemento di progresso nella storia della civiltà europea. Prima  di  tutto  perché  offrì  asilo  nel  segreto  delle  logge  alle  idee  non  conformiste,  proponendo agli adepti i principî della fratellanza, della tolleranza, dell’uguaglianza e del cosmopolitismo; e poi perché  diffuse  –  cosa  solo  apparentemente  secondaria  –  tra  i  suoi  seguaci  gli  elementi  essenziali della convivenza democratica, con la libera ed ordinata discussione tra ‘fratelli’, con la eleggibilità e la temporaneità delle cariche” (33).

Le origini “da taverna”, dove,  tra un bicchiere e l’altro, si discuteva “fra pari”, attestano la persistenza sotterranea di un filo rosso,  di una linea “popolar-democratica”, che costituì il “la” della massoneria: un “la” in sempiterno  volutamente e “sapientemente” dissimulato sotto un groviglio inestricabile di esoterici “misteri”.

 

Note

1)      Arthur Preuss, A Study on American Freemasonry, St. Louis. MO. And Freiburg (Baden), 1908, p. 366.

2)      Ivi, pp. 4-5. “Tell us in all sincerity, what they have told you concerning the aim and purposes of the Order.  Have they asserted that it is a purely social organization? a mere gathering to promote good fellowship? a society for the purely temporal advancement and assistance of its members? a mere benevolent association to care for the widow, and the orphan, and the brethren in distress? That it has nothing to do with politics, or party, or a man’s religion? “What, then, is the design of Freemasonry?”

3)      Bianca Marcolongo, “La Massoneria nel XVIII secolo”, in Studi Storici (Estratto), Vol. XIX. Fasc. III-IV, Pavia, 1910, p. 443.

4)      “ It is,” it asserts, “ a purely benevolent association, in which there is no harm. It admits all religions in a spirit of universal tolerance. No atheist can be a member. It teaches brotherly love and universal benevolence, the fatherhood of God and the brotherhood of man. It requires a man to be moral; enforces respect for authority; assists its associates in life […] Opposition to American Masonry  is hard to be conceived. Yet there is opposition to American Freemasonry, and strong opposition, in a quarter from which, if Masonry’s assurances are sincere, we should least expect to meet it; opposition and condemnation from a power remarkable for its own deeds of benevolence — the Catholic Church. Is it ignorance on her part? Is it prejudice and bigotry? Is it the pettiness of wounded pride at finding a powerful competitor in the field? Is it priestly tyranny which will suffer no influence even for good, if dissevered from its own?” (Preuss, pp. III-IV).

5)      Ivi, p. 12. I  segreti sarebbero noti solo “in the High Degrees, as that it is even yet impossible to solve many of the enigmas which they contain. It is well enough for the mass of those called Masons, to imagine that all is contained in the Blue Degrees”.

6)      Carlo Francovich, Storia della massoneria in Italia dalle origini alla Rivoluzione Francese, Firenze, La Nuova Italia, 1974.

7)      Arthur Preuss, A Study on American Freemasonry, cit.  p. 50, 60, 428.

8)      Ivi, p. 187 e p. 181.

9)      Carlo Francovich, Storia della massoneria in Italia …, cit., p. 4.

10)    Ivi,  p. 118.

11)    Ivi, p. 14.

12)    Ivi, p. 10.

13)    Ivi, p. 165.

14)    Ivi, p. 124.

15)    Bianca Marcolongo, La Massoneria nel XVIII secolo, cit.. p. 439.

16)    Preuss, p. 27.

17)    Ivi, p. 5. “A very large majority of its disciples”,  dice MacKey, “arrive with too much rapidity at the conclusion that Charity, and that, too, in its least exalted sense of eleemosynary aid, is the great design of the institution … “ Others […] believe that it was intended solely to promote the social sentiments and cement the bonds of friendship […] The true object and aim of Masonry … is therefore neither mere sociability nor mere eleemosynary benevolence which shows itself in the form of material assistance to the poor, the aged and afflicted ; — it is something higher, something vaster, in the true Masonic idea; something immeasurably more worthy of the instructed Mason ”.

18)    Carlo Francovich, Storia della massoneria in Italia …, cit,, p. 242.

19)    Ivi, p. 246 nota 5.

20)    Ivi, p. 226 e p. 220.

21)    Ivi, p. 12.

22)    Ivi, p. 150.

23)    Ivi, p. 134.

24)    Ivi, p. 54.

25)    Ivi, p. 87.

26)    Ivi, p. 267.

27)    Ivi, p. 194.

28)    Ivi, p. 12.

29)    Ivi, p. 13.

30)    Ivi, p. 14.

31)    Ivi, p. 113.

32)    “Devianze” rispetto al principio democratico dell’accettazione di “tutti” si registrano tuttavia in alcuni statuti massonici. Marcolongo, per esempio, ci accenna all’esclusione di atei, libertini ed ebrei dalla massoneria, secondo  gli statuti pubblicati da Carlo Sperandio. Cfr. Marcolongo, p. 437.

33)    Carlo Francovich, Storia della massoneria in Italia …, cit.,  p. 475.

 

 

 

 

 

 

 

 

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