Tra “abituri di guitti”, “isquallide tane” e Parlamento: L’italia di Corbino

Che Roma e l’Italia versino  in una  crisi sempiterna  non credo sia  semplice impressione personale. Tale impressione è viepiù rafforzata quando si viene a leggere qualche pagina di uno dei più notevoli economisti italiani del  ’900, Epicarmo Corbino (Ministro del Tesoro nel Governo De Gasperi tra il 1945 e il 1946), il quale fu un economista con una forte propensione per la storia, nonché un profondo conoscitore di politica e di uomini.

Rileggendo alcune sue pagine, non si può non rimanere colpiti non soltanto della sua dottrina, indiscutibile e di altissimo livello, ma anche delle sue straordinarie capacità di tracciare profili indimenticabili di cose  economiche e storiche, venate oltre tutto d’una sapiente ironia che non guasta mai, anche allorché egli trattava argomenti estremamente seri dell’Italia  tra gli anni ’80 e ’90 dell’Ottocento.

Epicarmo Corbino fu un osservatore  molto attento alle condizioni sociali delle classi popolari  della stessa Roma  alle soglie del nuovo secolo, il 1900,  tenute, a suo dire, ad un livello di vita pressoché  simile

“a quello di qualsiasi più selvaggia tribù dell’Africa centrale e della Polinesia”.

Con tutto il rispetto alle “tribù dell’Africa centrale e della Polinesia”, il di lui cenno ai “guitti” di Roma resta ancora oggi uno spaccato di analisi sociale difficilmente eguagliabile:

“In uno dei suoi primi discorsi alla Camera, scriveva Corbino, il Sonnino così descriveva le abitazioni dei “guitti”:

‘A 5 o 6 miglia dall’alma città, in vista ancora della cupola di S. Pietro, si trovava gente che viveva in uno stato uguale a quello di qualsiasi più selvaggia tribù dell’Africa centrale e della Polinesia. In un’angusta grotta scavata nel tufo, la quale giungeva appena ad altezza d’uomo e restava aperta la notte al vento ed alla umidità esterna, erano pigiate insieme una ventina e più di persone di sesso diverso’.

‘E poiché il Governo aveva dichiarato di volere prendere provvedimenti solo dopo avere avuto i risultati di un’inchiesta, egli soggiungeva di essere certo che, se l’on. Ministro dell’Interno avesse visitato una sola volta uno di questi abituri di guitti, ne avrebbe risentito un’impressione così dolorosa, da non aspettare più i lenti risultati di tarde inchieste per cominciare a provvedere in qualche modo, e a riparare a questo grave sconcio sociale, di cui la responsabilità pesava quasi interamente sui proprietari dei fondi, poiché era questione sopratutto [sic] di caseggiati e di locali, in latifondi posseduti da ricchissimi signori, da opere pie e fino a poco tempo prima da capitoli di chiese e monasteri’.

“‘Bell’esempio di carità ecclesiastica’, egli diceva nel conchiudere”.

Negli anni ’80, sotto il governo Depretis, i contadini italiani erano costretti a vivere “in isquallide tane”, diceva ancora Corbino:

“Non era più possibile nascondere, e lo ammetteva lo stesso Depretis nel suo discorso programma dell’ottobre 1882, che nelle città e nelle campagne intere famiglie vivevano agglomerate in isquallide tane; che ogni principio di igiene era loro ignoto od impossibile: non buone acque potabili, non aria sana, nessuna applicazione, insomma, di quelle discipline destinate a far diminuire la mortalità, e a far sì che l’uomo cresca sano e robusto, secondo le leggi di natura . Il colera del 1884 richiamò l’attenzione del Governo sulle tristi condizioni sanitarie di molti Comuni del Regno. Un’inchiesta fu ordinata a questo proposito, ed i risultati di essa, consacrati in una relazione, che fu una vera rivelazione, misero in evidenza il molto, anzi il moltissimo, che si doveva ancora fare in questo campo.  Deficientissimo risultò allora in molti Comuni il rifornimento di acqua potabile, ma dopo l’epidemia colerica si fece maggiore la cura del Governo e delle amministrazioni locali per migliorare, da questo lato, le condizioni igieniche del Paese […] Fognature, latrine e focolari mancavano del tutto in molti Comuni, erano scarsi in moltissimi altri, e solo in pochi si presentavano in condizioni decenti ed igieniche. La nettezza urbana era spesso affidata ai proprietari frontisti, o mancava del tutto; la pulitura dei pozzi neri era fatta per lo più con mezzi scoperti, ed è agevole pensare quanto ciò contribuisse alla diffusione delle malattie infettive. Il lavoro da compiere per mettere un po’ d’ordine in questo caos sanitario era enorme, e bisogna riconoscere a Crispi di avere intuito la gravità del problema”.

 

Il Parlamento e la necessità “d’andar per le spiccie”

 

Venendo alla storia politica del nostro Paese all’indomani dell’Unità, Corbino tratteggiava un quadro  convincente delle vicende politiche dell’Italia di quegli anni, con osservazioni che, stranamente, hanno  il sapore di un’incredibile “contemporaneità”:

“All’inizio del decennio era al potere Cairoli, con Depretis allo Interno. Il ministero, nominato nel novembre 1879, aveva rinnovato la Camera nel maggio 1880 e viveva nella tranquillità consentita dall’opposizione del gruppo di estrema sinistra, e da quella, molto più temperata, dei residui della vecchia Destra. Dopo un ventennio di regime parlamentare, durante il quale si era consolidata l’unità nazionale, non mancavano da noi gli scontenti e correva, naturalmente, anche da noi il vezzo di schernire il Parlamento e i troppi discorsi dei deputati, e nel ripetere siffatti triviali giudizi, si rimpiangevano i tempi nei quali si andava per le spiccie e non ci si lasciava soffermare dalle chiacchiere”  [corsivo mio].

“Talvolta le recriminazioni sulla decadenza del parlamento venivano dagli stessi banchi della Camera, come quando il Lacava di Sinistra ne attribuiva la causa al collegio uninominale […] Si discuteva allora la proposta di riforma della legge elettorale politica, ma prima ancora che la discussione si concludesse il Ministero fu attaccato sull’andamento della politica estera per la questione di Tunisi; ed il Cairoti battuto presentò le dimissioni […] Sotto il Depretis furono, risolti parecchi problemi importanti, e fu approvato il trattato di commercio con la Francia. Intanto nel maggio-giugno 1881 era stato presentato il disegno di legge per la riforma della legge elettorale politica e l’adozione dello scrutinio di lista, riforma sanzionata con la legge 7 maggio 1882, n. 725, che rendeva necessaria la rinnovazione della Camera” [Corsivi miei].

“La XIV Legislatura fu chiusa il 25 settembre 1882; le elezioni ebbero luogo nell’ottobre senza giustificare né i sinistri presagi, né le liete previsioni, che erano state manifestate come possibile effetto delle modificazioni al diritto elettorale ed al sistema di votazione. Fu in questa occasione che prese forma concreta quella fase della nostra vita politica, che è nota con il nome di ‘trasformismo’, avendo il Depretis invitato a collaborare all’attuazione del programma governativo tutti gli uomini di buona volontà” [ corsivo mio ].

“I Partiti erano morti”

“La discussione che si svolse alla Camera nel maggio 1883 è interessante per il fatto che, per oltre dieci giorni, le più eminenti figure del nostro mondo politico si sforzarono di vedere che cosa restasse dei vecchi partiti, e se il programma e l’azione del Governo si svolgesse secondo le direttive della Destra o della Sinistra. Fu infatti allora che dalla Destra, scesa in campo coi suoi più eloquenti e più dotti oratori, si sostenne che i partiti erano morti, che essi costituivano un mero ricordo storico, un vieto anacronismo, che Destra e Sinistra erano questioni bizantine, arcadia politica, vano suono di non intesi nomi” [corsivi miei].

Ora, fatta la tara sui “guitti” e le “isquallide tane”, a livello politico non sarà che con i partiti s’ascolta ancor la sinfonia d’un “vano suono di non intesi nomi”, mentre, riguardo al Parlamento, ancor oggidì si rimpiangono “i tempi nei quali si andava per le spiccie e non ci si lasciava soffermare dalle chiacchiere”?

Son passati più di cent’anni dai fatti riscontrati da Epicarmo Corbino. Ma l’impressione di un’Italia che, come i cani, si mangia la coda è forte; e  mi sa che, se la sunnominata “sinfonia” persisterà a risuonarci nelle orecchie,  fra altri cent’anni, l’italiano (medio) dovrà, ancora e ancora, fare i conti con l’Italia raccontata  da Epicarmo Corbino.

 

Potenza dell’analogia!

 

Nota

 

Epicarmo Corbino, Annali dell’economia italiana, Città di Castello, 1933, Vol. III (1881-1890), pp. 1-38.

 

 

Precedente Sulla Verità della Verità Successivo La sotterranea “linea democratica” della massoneria