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L’anguilla: il “periodo più lungo” di Montale

ottobre 21, 2016

Schegge di italianistica

Montale

Si dice che Montale sia un poeta criptico, per via di certe immagini estremamente difficili da decifrare. In effetti, la poesia di Montale “sfugge” a una lettura veloce, quasi come un’anguilla. Ed è appunto de “L’anguilla” che andremo adesso a parlare.

 

“L’anguilla”, raccolta nella “Bufera” non ci sfugge però nei suoi significati anche reconditi, mimetizzati in locuzioni arcaiche, come per esempio i “botri”, i burroni degli Appennini, e i “gorielli” (piccoli fossi). Come dicevamo, la sfuggente anguilla è l’immagine della poesia secondo Montale; ed essa ti scivola via dalle mani, se non stai più che attento. Intanto l’anguilla è “la sirena dei mari freddi” del Baltico, che si muove attraverso l’oceano, dove si riproduce,  per poi  arrivare ai “nostri fiumi”, risalendoli “nel profondo”, controcorrente, potremmo dire.

 

Così viaggiando, essa arriva “alla Romagna”, dove la puoi trovare nei “fossi”, dove “l’anima verde”, l’anguilla iridescente, lancia una “scintilla”, e “cerca vita”  anche nei luoghi più desolati, brillando “intatta in mezzo ai figli dell’uomo”, immersi, come lei, “nel fango”. L’anguilla-poesia di Montale pertanto lancia “scintille di vita” anche nella desolazione più totale, “là dove solo/morde l’arsura e la desolazione”.

 

Montale sembra voler dire che la poesia, come l’anguilla, è un qualcosa di “sfuggente”, che nasce di lontano, “nei mari freddi”,  che si “riproduce” nelle profondità dell’oceano, e dopo un lungo viaggio, tra “balzi” e “botri”,  arriva fino all’uomo, facendo balenare un barlume di luce (“torcia” e “scintilla”) anche nel fango dell’umana condizione.

 

Anche dal punto di vista “sintattico-visivo”, “L’anguilla” di Montale sembra davvero un’ anguilla che scivola via “sinuosamente” sotto i nostri occhi.

 

Ma dov’è mai  la proposizione principale di questa “scivolosa” poesia di Montale?

 

Con tecnica degna d’un maestro dell’arte barocca, Montale costruisce un unico, enorme periodo, dove non trovi mai un punto fermo, e che non si conclude neppure con un punto fermo, bensì con un punto interrogativo.

 

Ebbene, i  “segnali” della principale dell’ “Anguilla” li trovi all’inizio e alla fine della lirica:

 

L’anguilla … (“scivolano via” trenta versi) puoi tu/non crederla sorella?

 

Ossia: “Puoi tu (poeta), non credere l’anguilla ‘sorella’ della poesia?”.

 

Con il suo “periodo più lungo”, il “poeta barocco” Montale aveva identificato, con fantasia davvero immaginifica, una delle allegorie più inconsuete e stravaganti della poesia: un’anguilla:

 

 

 

L’anguilla, la sirena

dei mari freddi che lascia il Baltico

per giungere ai nostri mari,

ai nostri estuari, ai fiumi

che risale in profondo, sotto la piena avversa,

di ramo in ramo e poi

di capello in capello, assottigliati,

sempre più addentro, sempre più nel cuore

del macigno, filtrando

tra gorielli di melma finché un giorno

una luce scoccata dai castagni

ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,

nei fossi che declinano

dai balzi d’Appennino alla Romagna;

l’anguilla, torcia, frusta,

freccia d’Amore in terra

che solo i nostri botri o i disseccati

ruscelli pirenaici riconducono

a paradisi di fecondazione;

l’anima verde che cerca

vita là dove solo

morde l’arsura e la desolazione,

la scintilla che dice

tutto comincia quando tutto pare

incarbonirsi, bronco seppellito;

l’iride breve, gemella

di quella che incastonano i tuoi cigli

e fai brillare intatta in mezzo ai figli

dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu

non crederla sorella?

 

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