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L’Ermetismo, Montale, e il demone dell’analogia

dicembre 16, 2016

Schegge di italianistica

montale

 

Che la poesia, in sé,  possegga arcani rapporti con il “mistero” è un dato acclarato fin dalla profonda antichità. Già Platone vedeva il poeta come un essere “invasato” dal dio, che riusciva ad intuire verità  altrimenti negate ai più.

 

L’analogia, in sé, ha molto a che fare con la metafora, però nell’analogia possono essere messi a confronto elementi estremamente distanti tra di loro, per cui scovare i rapporti diventa talora pressoché impossibile (o quasi). Gli ermetici, dal canto loro, si dettero parecchio da fare per stabilire relazioni allusive e difficilmente comprensibili tra cose in sé molto lontane tra di loro, creando nel lettore una “aspettativa” chiarificatrice che talora è soddisfatta se non con estrema difficoltà.

 

La tecnica analogica diventò per i poeti che ambivano essere inseriti tra gli ermetici una specie di “moda”, del resto propiziata anche (e soprattutto) dall’autorevolezza della critica, e in particolare da quella di Carlo Bo, il quale scrisse che la poesia “non sopporta la chiarezza che come schermo e cifra dell’oscurità”. Di qui il fatto che, spesso e volentieri, il demone dell’analogia s’impossessò di molti poeti, per i quali l’ “oscuro” e il “difficile” diventò la regola della creazione lirica.

 

Alcuni poeti ermetici per antonomasia, Ungaretti in testa, compresero ben presto che il  demone dell’analogia stava imperversando un po’ troppo nella giovane poesia italiana, per cui sentirono l’obbligo morale di “depotenziare” il fenomeno, tanto che lo stesso Ungaretti, pungolato da più parti, osservò, riguardo alla sua propria produzione ritenuta “ermetica”:

 

“Può darsi che qualche oscurità ci sia. Non sono oscuro di proposito […] Oscurità? Ma credo basterebbe spesso, per eliminarla, un po’ di buon senso da parte del lettore”.

 

Ungaretti pertanto richiedeva “soprattutto” un po’ di buon senso in chi legge; soltanto che, è doveroso riconoscerlo, a volte il buon senso non è sufficiente, e ci vogliono strumenti ermeneutici molto più raffinati, oppure “disvelamenti” dovuti ai poeti stessi.

 

Prendiamo come esempio davvero “esemplare” una delle liriche più “concentrate” ed “ermetiche” di Montale, A Liuba che parte, dove abbiamo a che fare con un “grillo”, un “gatto”, una “gabbia” e una “cappelliera”. Qui, hai voglia ad esercitare tutto il tuo buon senso, ma se Montale non avesse spiegato certe immagini sorte in lui da un’  “occasione” del tutto personale ed intima, saremmo ancora qui a domandarci cosa significa la presenza di certi animali e di certi oggetti:

 

Non il grillo ma il gatto

Del focolare

Or ti consiglia, splendido

Lare della dispersa tua famiglia.

La casa che tu rechi

Con te ravvolta, gabbia o cappelliera?,

sovrasta i ciechi tempi come il flutto

arca leggera, e basta al tuo riscatto.

 

In una postilla ad una edizione delle Occasioni, Montale spiegò intanto che la misteriosa Liuba era  Liuba Blumenthal, che nel ’38, in seguito alle leggi antiebraiche, lasciò l’Italia per trasferirsi in Inghilterra, portandosi dietro in una gabbietta il “grillo” che aveva comprato alla “Festa del Grillo” che si teneva a Firenze. Liuba pertanto se ne andava lasciando per sempre la sua casa, il “focolare domestico”, analogicamente rappresentato dal “gatto”, visto come “deità protettrice”  e custode della casa. L’analogia “gatto-casa-focolare domestico” non è proprio impossibile a comprendersi, ma, insomma, non è neanche poi così tanto intuitiva.

 

Anche l’analogia  “Liuba-Noè” richiede uno sforzo interpretativo non indifferente. Liuba, cioè, “è come” Noè (metafora: Liuba è Noè), che, come ben sappiamo, sulla sua “arca” caricò tutti gli animali della terra. L’ “arca di Noè” di Liuba è rappresentata analogicamente dalla “gabbia-cappelliera”, dove Liuba mette il grillo e  (forse) anche il gatto. Liuba pertanto se ne andava da Firenze e dalla casa avita in cerca di salvezza (riscatto),  perché correvano tempi “ciechi”, ossia molto, ma molto “bui”.

 

A Liuba che parte fu interpretata perché Montale fu estremamente pietoso e compassionevole con il lettore, nella consapevolezza assoluta che questi, da solo, non sarebbe mai e poi mai riuscito ad esorcizzare il demone dell’analogia, né tantomeno a capire chi fosse mai stata la misteriosa Liuba.

 

Ergo, Ungaretti era un po’ troppo fiducioso riguardo al buon senso: in realtà, certa poesia ermetica non la risolvi attraverso le strade battute dal buon senso, ma attraverso vie traverse, e magari soltanto grazie alle “rivelazioni” illuminanti dei poeti.

 

Peccato che di Montale ce ne sia stato uno solo.

 

Fonti:

 

Italo Bertelli, Cultura e poesia: Studi e saggi di letteratura italiana, Milano, Bignami, 1969, p. 181 e p. 182.

C. Bo, Letteratura come vita, a cura di S. Pautasso, Milano, Rizzoli, 1994, p. 29.

D’Arco Silvio Avalle, “A Liuba che parte”, in  Tre saggi su Montale, Torino, Einaudi, 1970,  pp. 91-99.

E. Montale, “Le Occasioni”, in Letteratura Italiana Einaudi, Edizione esemplata su quella a cura di D. Isella, Torino, Einaudi, 1996, p. 40.

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