Liberali, parrucchieri, filantropi e giusti

Viaggiando sui social network, m’è capitato di leggere alcune sentenze capitali di marcato segno politico: ossia che c’è ancora gente in giro che dichiara apertamente e con orgoglio d’essere liberale.

 

Benissimo.

 

Peccato che oggi i Liberali, come partito, intendo, non ci siano più. Eppure ci fu un tempo in cui i Liberali in Italia ebbero una loro consistenza fisica, e non soltanto ideale. Erano i tempi, ricordate?, di Giovanni Malagodi, che dei liberali d’Italia fu capo indiscusso nonché prestigioso.

 

Ma bando alle nostalgie! Poiché molti oggi si professano apertamente liberali, è giusto ricostruire un po’ i contorni di siffatto prestigioso e secolare movimento d’idee. Chiunque però s’aspetti una noiosissima rivisitazione storica dell’idea di liberalismo, che farebbe addormentare anche il più disponibile dei lettori, non tema; mi limiterò, molto più modestamente, ad un’analisi linguistica del termine;  cosa che, purtroppo,  potrebbe sortire effetti altrettanto  analgesico-soporiferi. Però, siccome non si sa mai come vadano le cose di questo mondo, io mi ci provo.

 

Al tempo di Malagodi e dei Liberali “veri”, ci fu qualcuno in Italia, forse per simpatia, che volle scavare negli anfratti della parola liberale. Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale,  e un po’ prima dell’entrata nella politica attiva di Giovanni Malagodi, esattamente nel 1946, il prof. R. De Mattei vergò sulla prestigiosa rivista Lingua Nostra, in cui scrivevano studiosi del calibro di  Bruno Migliorini et alii, un articolo che intendeva sondare le origini della parola liberale.

 

Intanto, com’è giusto che sia, De Mattei chiosò sul fatto che “liberale deriva da libertà”. Sento tirare un sospiro di sollievo: “Cominciamo bene”, sento sussurrare. Ma continuiamo a leggere  la dotta dissertazione del prof. De Mattei:

 

“La parola liberale ha avuto una sua varia sorte di mutamento (Ahi! Cominciano i guai?). Per quel che riguarda l’Italia, se ne può seguire […] il decorso (che non sia una malattia?), che non è sfuggito ad un  osservatore quale il Bolton King:

 

‘Fino al 1844, nella parola  liberale si comprendevano tutte le frazioni dei nazionalisti, la maggioranza dei quali erano naturalmente costituzionalisti. Dal 1844, […] liberale rimase in generale come designazione generica’”. Poi, ci erudisce ancora il Bolton King, le cose iniziarono a complicarsi, evidenziando il termine liberale nozioni differenti. I nazionalisti conservatori definivano se stessi moderati e democratici; mentre gli anti-nazionalisti erano bollati   con l’epiteto di reazionari e codini, “per la supposta preferenza per l’antica moda della pettinatura con il codino”.

Da sottolineare che i liberali democratici  amavano anche appalellarsi Radicali, poiché “radicale, chiosava il Bolton King,  era anche usato […] come sinonimo di Democratico”. Nel corso degli anni poi i codini si stancarono d’una  chioma siffattamente acconciata, e optarono per un nuovo look detto  Clericale. Infine, specialmente dopo l’Unità d’Italia, concludeva il Bolton King,  “quelli che propugnavano  idee tutte opposte ai clericali furono detti Liberali”.

 

Come si può evincere dalla ricostruzione  del prof. De Mattei,  la faccenda del liberalismo è piuttosto complicata, anche sotto il mero profilo linguistico. Diciamo che, da ciò che abbiamo potuto capire,  ciò che  meglio ha resistito  alle potentissime pressioni simultanee della storia e dei parrucchieri  è  un concetto generico di libertà.

 

Tale concetto è stato recentemente e storicamente declinato, e qui semplifico, secondo  le nozioni di liberalismo ultra-conservatore, un po’ alla Robert Nozik, noto fautore dello Stato Minimo, con assoluto mantenimento dei previlegi di classe e una sorta di “spontanea”,  caritatevole filantropia nei confronti dei “bisognosi”;  e uno Stato Liberale giusto alla John Rawls, più predisposto a concessioni al sociale, prevedendo sussidi ai più economicamente disagiati per colmare il “gap” esistente tra classi sociali avvantaggiate e svantaggiate. Queste ultime di Rawls paiono a tutt’oggi le frontiere più avanzate del Liberalismo Democratico.

 

“Il liberalismo, scriveva Paolo Bonetti,  non deve essere necessariamente un partito, da far nascere o rinascere. Non è il contenitore che conta, contano le idee  e i valori da trapiantare su nuovi terreni […] perché la passione della libertà sormonta ogni condizione storica e offre la sua linfa alle nuove istituzioni”.

 

Siamo qui ad attendere,  ansiosi e trepidanti,   ulteriori sviluppi.

 

 

Note

R. De Mattei, “Fortuna di termini politici”, in Lingua Nostra, 1946, pp. 39-41.

 

Sul liberalismo di Robert Nozik ( Anarchy, State and Utopia [Anarchia, Stato e Utopia, Firenze, Le Monnier,  1981) e di John Rawls ( A Theory of Justice) si rinvia ai saggi di R. Bodei, “Problemi di un individualismo sostanziale”, e di N. Matteucci, “Un’utopia senza politica”, in Il Mulino, gennaio-febbraio 1982, pp. 126-132 e pp. 133-141.

 

Per il passo di Bonetti, Cfr.  P. Bonetti, “Maestri del futuro”, in Nuova Antologia, gennaio-marzo 1994, p. 349.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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