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Livio. Lingua, stile, storia

maggio 2, 2015

Filologia Latina

Livio

In maniera assolutamente autorevole, Quintiliano [Inst. Or., X, 1, 31] sentenziò che, in molte parti, la lingua di Livio era “proxima poetis”, ovvero era assai vicina alla lingua poetica. Particolarmente sensibile alle parole arcaiche, Livio infatti accoglieva volentieri locuzioni “poetiche”, come per esempio i cosiddetti “accusativi plurali” in “-is”, prediletti a quelli normali e assolutamente “banali” in “-es”. Un’altra chicca poetica di Livio era la predilezione per l’aggettivo (o participio) neutro seguito dal genitivo partitivo, del tipo “ad estremum pericul-i” [genitivo], invece del normale “ad extemum pericul-um”. Cosicché, per offrire un altro esempio significativo, uno spazio estremamente vasto e largo diventava, sotto la sua penna, un “immensum loc-i”, anziché un “immensum locum”, propria a voler sottolineare, poeticamente, “l’immensità ‘dello’ spazio”, espressione sicuramente più poetica di un semplice “luogo immenso”. Allo stesso modo, sempre per istinto “arcaizzante” e poeticizzante , Livio preferiva “forem” al posto del prosaico “essem”.

Così come Livio apprezzava la “solennità” delle locuzioni arcaiche, allo stesso modo egli rifuggiva dai periodi semplici e rapidi [“brevitas”], per prediligere al contrario il periodare ampio. Infatti, giustamente Quintiliano, a proposito del periodo di Livio, parlò di “lactea ubertas” [“ubertosa ricchezza”, X, 1, 32] , espressione che rinvia ad un periodare “maestoso” caratterizzato da una “facondia senza eguali” [“mirae facundiae”], e dall’uso sapiente di tutti gli artifici retorici e stilistici, contrapposti alla “brevitas”, per esempio, di Sallustio [la “Sallustiana brevitas”].

Per dirla con Leopardi, Livio fu “il poeta della storia, poeta vero e grande, e degno di servir di studio e di maestro ai poeti” [G. leopardi, “Tutte le opere”, a cura di Francesco Flora, A. Mondadori, 1961, Vol. I, p. 385]. “Livio poeta della storia” è anche il titolo di un saggio di A. Ronconi [Vallecchi, 1968, p. 182 sgg.]. Livio intendeva la storia secondo i parametri di Cicerone, ovvero come un “opus oratorium maxime” [“De Legibus, I, 5] , cioè a dire “tutta roba da oratori”. A parere di Ronconi, lo stile di Livio “si modella su Ennio, che è richiamato più volte nell’uso di arcaismi” [ p. 188].

Certo è che, se Livio “interpretava” il mestiere di storico con queste idee in testa, qualcuno si è anche chiesto se gli si possa anche dare credito di una qualche “attendibilità” come storico. Dato per scontato che Livio, a monte, “scremasse” le fonti a propria disposizione, è però certo che, almeno sotto l’aspetto “tecnico”, egli si basava sulle fonti più “accreditate” ai suoi tempi, dagli Annalisti a Polibio. Potremmo comunque dire che la “credibilità” di Livio è parecchio legata a quella delle sue fonti, basate su una tradizione orale non altrimenti verificabile e, come si dice, “infida”, su cui egli tra l’altro egli non poteva effettivamente esercitare una severa critica, specie per quanto riguarda le origini leggendarie di Roma.

A parere di Emilio Gabba, Livio, tutto sommato, sarebbe stato “ben consapevole che le tradizioni sulla fondazione della città sono modellate su favole poetiche […] Livio spesso sottolinea l’oscurità che quasi per natura avvolge il passato remoto ed è perciò consapevole dell’inattendibilità di tutta la tradizione storica per il periodo anteriore all’incendio gallico […] Si rende conto che alle volte bisogna necessariamente accontentarsi” [ Cfr. E. Gabba, “Storia antiquaria”, in “Dionigi e la storia di Roma arcaica”, Edipuglia, 1996, p. 88]. L’impressione generale è che, nel complesso, ci si può abbastanza fidare di Livio. Tacito ebbe parole di notevole stima nei suoi confronti, dicendo che egli era “fidei praeclarus in primis” [“Annales”, 4, 34], ovvero che era, “prima di tutto”, un uomo onesto. Il che, per uno storico, è molto.

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