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Moravia tra “coraggio”, “viltà” e realismo

gennaio 19, 2015

Letteratura

Gli indifferenti

 

 

 

 

Torno ancora su Moravia sull’onda di alcune “reminiscenze” televisive. Diversi anni fa ebbi modo di assistere ad un’intervista televisiva ad Alberto Moravia, che, lo devo confessare, mi restò impressa soprattutto per gli accenti sinceri che promanavano da essa, per quel parlare veloce e quasi a scatti dell’uomo, nel contempo preciso e raziocinante.

In quell’intervista si chiedeva a Moravia qualcosa riguardo i protagonisti dei suoi romanzi, quasi sempre degli intellettuali. Al che Moravia rispondeva (cito a braccio): “ Sì, è vero, i protagonisti dei miei romanzi sono sempre degli intellettuali. Non saprei immaginare nessun altro in tale funzione che non sia un intellettuale”.

Richiesto poi di esprimere un giudizio su di essi, Moravia rispose: “ No, non penso che i miei personaggi si possano considerare “positivi”, nel senso, cioè, che essi riescano a trarre, dal contesto sociale in cui vivono, una lezione “definitiva”; e non credo neppure che essi siano portatori di valori. Credo, piuttosto, che essi siano dei semplici “osservatori” della realtà che li circonda, e che in tasca non abbiano alcuna verità da proporre. Ma è certo che, nella loro qualità di intellettuali, posseggono gli strumenti culturali per una critica a volte impietosa del mondo e della gente”.

Qual è l’impressione che ricavai da questa intervista? L’intellettuale, per Moravia, possiede in sé la capacità di giudizio, conosce gli uomini, conosce la storia, ma NON SA quale alternativa reale proporre; egli si trova come in un “limbo”, in una sorta di “pensatoio”, dal quale non sa (oppure non vuole) scendere. Egli pensa ed osserva, e basta.

In quella stessa intervista Moravia disse anche di sentirsi egualmente lontano dalle ideologie, marxista e non; e, richiesto poi di dare un suo giudizio sul “sesso”, rispose: “ Per me il sesso è molto importante. Mi fa sentire vivo, mi dà slancio e vitalità, come il viaggiare”.

“Il viaggiare?”, replicò l’intervistatore.

“Sì, perché il viaggio implica la rottura della monotonia e dell’abitudine, ti sferza a cambiare, a sottometterti a continue scomodità: il sangue scorre più veloce, e le forze rinvigoriscono. Mi sento ‘più vivo’ quando viaggio”.

I miei ricordi su quella vecchia intervista televisiva si fermano qui; però devo dire che essa fu particolarmente istruttiva, nel senso che mi aiutò molto a comprendere sempre meglio l’uomo, e, di conseguenza, lo scrittore. In quell’intervista si enucleavano due temi portanti della sua attività di scrittore: 1) l’osservazione “impersonale” e imperturbabile della realtà, e 2) il tema ossessivo del sesso, che ritorna nell’opera di Moravia con le sfumature più varie.

Alcuni di questi aspetti non erano sfuggiti all’occhio acuto di Edoardo Sanguineti già dai primi anni ’60, allorché, analizzando Moravia dagli “Indifferenti” alla “Noia”, sottolineava come i personaggi dei romanzi dello scrittore romano non riuscivano mai ad individuare strade realmente percorribili; v’era in essi una sorta di “barlume” di un mondo forse diverso, ma non l’intenzione di percorrerlo “concretamente” . Anzi, Sanguineti aggiungeva un altro dato molto interessante, secondo cui Moravia NON voleva neppure fare della critica sociale, ma porsi di fronte alla società con intenti puramente “letterari”, cioè a dire cercando soltanto ed essenzialmente gli “strumenti tecnici” per riuscire a “fondere” in un tutt’uno la tecnica del romanzo con quella del teatro.

Che qualcuno, continuava Sanguineti, potesse “leggere” i romanzi di Moravia “anche” come una critica “moralistica” alla società borghese era del tutto legittimo, ma abbastanza fuorviante, a suo parere, anche perché le classi sociali in Moravia erano impostate secondo criteri tutto sommato “banali”, generici e molto schematici: una semplice “lotta” tra “ricchi” e “poveri”, senza peraltro sbocchi “operativi”, e sui quali anzi s’innesta un a sorta di “fatalismo deterministico”. Prendendo a mo’ d’esempio il protagonista della “Noia”, continuava Sanguineti, egli, pur patendo in sé tutta la “sofferenza” delle sue condizioni di “borghese”, non trovava soluzione alcuna, inviluppandosi soltanto in inutili quanto estenuanti interrogativi su se stesso e la società. Il personaggio di Moravia, concludeva Sanguineti, “brancola nel buio”, chiuso in un “cerchio fatale” che lo paralizza completamente: “barlume prematuro di una coscienza ancora assopita” (1) .

Non c’è che dire: Sanguineti aveva letteralmente “inchiodato” Moravia alle sue stesse parole, quelle in cui, nell’intervista sopra citata, egli stesso sottolineava : “No, non penso che i miei personaggi si possano considerare “positivi”, nel senso, cioè, che essi riescano a trarre, dal contesto sociale in cui vivono, una lezione “definitiva”; e non credo neppure che essi siano portatori di valori. Credo, piuttosto, che essi siano dei semplici “osservatori” della realtà che li circonda, e che in tasca non abbiano alcuna verità da proporre”.

Pur tuttavia, su un punto la critica di Sanguineti non pare condivisibile, cioè a dire quella che vorrebbe fare di Moravia un “letterato puro”, completamente disinteressato a dare una rappresentazione “realistica” della vita, ponendosi, come dicevamo sopra, “di fronte alla società con intenti puramente ‘letterari’”.

In realtà Moravia fu uno scrittore “realista”, per il quale la vita è quella che è, e nulla la potrà mai cambiare. In un’altra intervista apparsa sull’ “L’Approdo letterario”, si legge: “Moravia contesta la validità di esemplificazione dei narratori dell’800 italiano, che considera naturalisti e non realisti, insistendo molto sulla distinzione. Poi, per fornire una definizione di carattere generale ( a suo modo, culturalmente, motivata) Moravia arriva a una separazione ben radicale: ‘Il REALISMO E’ CORAGGIO; il contrario del Realismo è VILTA’ ’’. Andiamo subito a registrare sui testi l’applicazione di questa regola, certo condivisa da Pasolini” (2).

E, andando un po’ a scandagliare i testi, non si può non notare la “tensione” al realismo di Moravia, anche da un punto di vista strettamente linguistico. Infatti, la sua stessa lingua, quasi a inquadrarne meglio l’ideologia “fatalistico-borghese”, fu una lingua tutto sommato “moderata” . Moravia aveva due modi fondamentali di raccontare: uno colto e letterario, ed un altro, per così dire, “popolare”. Due “registri” che egli usava a seconda delle condizioni sociali dei personaggi:

“Ho due modi di raccontare: uno colto e letterato e l’altro popolare, romano-laziale. Uso l’uno e l’altro a seconda che i personaggi e l’argomento lo richiedano” (3).

M.L Altieri Biagi, soffermandosi sulla lingua di Moravia, sottolineò il fatto essenziale secondo cui, sia che Moravia si accostasse alla lingua o al dialetto, egli tendeva sempre ad un’ “espressione quotidiana”, con un periodare tutto sommato abbastanza semplice, “tendenzialmente” paratattico, con scarso o nullo interesse per la “locuzione aulica”, e tendente, in definitiva, ad uno stile “realistico”:

“Ma si accosti di più alla lingua o al dialetto, Moravia […] tende sempre a un’espressione quotidiana, nitida, che, senza trasfigurazioni soggettive, renda sempre con precisione l’oggetto […] Di qui la tendenza a periodi semplici, alla paratassi, alla parola propria della sua lingua usuale, con solo qualche lieve scarto nella costruzione, caratteristico della tradizione letteraria” (4).

Sottolineava ancora M.L. Altieri Biagi che Moravia era anche uno scrittore molto attento, che sapeva pesare “con cautela le parole”. Moravia era dunque sì un letterato, ma non un intellettuale avulso dalla realtà, né dal punto di vista metodologico né sotto il profilo linguistico, per cui i rilievi di Sanguineti volti a farne, come dicevamo sopra, uno scrittore con intenti puramente “letterari” non sembrano congruenti né al metodo, né all’opera né tantomeno alla lingua dello scrittore romano, che, come lui stesso osservò nell’intervista televisiva sopra citata, possedeva “gli strumenti culturali per una critica a volte impietosa del mondo e della gente”.

La critica di Sanguineti, secondo cui Moravia, come dicevamo, “ NON avrebbe neppure voluto fare della critica sociale”, perché i suoi interessi erano preminentemente rivolti ai problemi “tecnici” letterari e teatrali, scaturiva probabilmente dal sostrato culturale dello stesso Sanguineti, ai cui occhi Moravia NON ERA il “tipico” scrittore “realista” borghese descritto a suo tempo da G. Lukács:

“Il concetto di ‘tipico’ […] per Lukács diventa una categoria universale del realismo […] Secondo Lukács la letteratura può costituire lo specchio fedele della realtà solo quando lo scrittore […] coglie ciò che è ‘tipico’ di un determinato periodo storico, e ‘non realistica’ quella che imita in modo naturalistico la vita quotidiana nei suoi dettagli anche minimi” (5).

Se così fosse, ed è probabile che le cose stiano più o meno in questi termini, forse un’operazione “puramente” tecnico-letteraria l’aveva fatta più il critico che uno scrittore il quale aveva asserito con convinzione che “ Il REALISMO E’ CORAGGIO; il contrario del Realismo è VILTA’” . E che la cosa era ampiamente condivisa anche da Pasolini. Per il resto, era altresì molto difficile, per non dire “impossibile” che uno scrittore di temperamento come Moravia, il quale aveva SEMPRE sostenuto di sentirsi “lontano” da TUTTE le ideologie, compresa quella marxista, potesse assoggettarsi ad “interpretare” il ruolo dello scrittore così come lo volevano prima G. Lukács e poi E. Sanguineti.

Moravia fu sì “realista”, ma a modo suo.

Enzo Sardellaro

Note

 

1) Cfr. E. Sanguineti, Alberto Moravia, Milano, Mursia, 1962, p. 79. L’espressione era dello stesso Moravia. Cfr. A. Moravia, “La Disubbidienza”, in “Opere complete”, a cura di E. Siciliano, Milano, Bompiani, vol. II, 1989, p. 30).
2) Cfr. “L’Approdo letterario: rivista trimestrale di lettere e arti”, 1961, p. 107
3) Michele Rago, “La ragione dialettale”, in “Il Menabò”, 1959, 1, pp.104-123, p. 115.
4) M.L. Altieri Biagi, “Dal Neorealismo al caso Gadda”, in G. Devoto-M.L. Altieri Biagi, “La lingua italiana”, Torino, ERI, 1979, pp. 263-264.
5) AA.VV., “Breve storia dell’estetica”, Milano, B. Mondadori, 2003, p. 78.

 

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