Una nuova Cold War?

La guerra fredda (Cold War), e la divisione del mondo in due blocchi contrapposti, costituì un evento storico di larghissima diffusione tra il pubblico. Si tratterebbe quindi di un evento ormai consegnato per sempre alle esperienze di pochissimi e agli archivi della storia per moltissimi altri. Ma,  per quelle strane ironie della storia, che spesso ci mettono di fronte al déjà vu, oggi le cose sembrano tornare a viaggiare lungo vecchi binari che sembravano ormai in completo abbandono, per cui, di nuovo, ci troviamo a vivere in tempi di fortissimo attrito tra le superpotenze di sempre, l’America e la Russia.

Sugli sviluppi della possibile e nuova Cold War la Siria fa da scenario introduttivo. Oggi come allora, le ragioni di fondo sembrerebbero ad un tempo chiare e confuse. Le polemiche storiografiche che sorsero intorno alla Cold War, su cui la storiografia americana diede un contributo di tutto rispetto, ne furono la prova evidente.  La Cold War, come altri importanti aspetti della storia americana, come per esempio, la Civil War, conobbero verso la metà degli anni ’70 l’azione corrosiva di nuove interpretazioni revisioniste. Jeff Riggenbach, illustrando nel suo libro il revisionismo americano, sottolinea come la scoperta di nuovi documenti e, soprattutto,  la con-presenza di “nuovi” storici con particolari posizioni politiche, comportarono la revisione di interpretazioni ormai ritenute  consolidate.

La ricostruzione convenzionale della guerra fredda calcò molto la mano sull’idea che Stalin covasse intenzioni imperialistiche, a cui gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a rispondere seppure con riluttanza (1). Ma già Barnes nel 1953 aveva messo in  dubbio che la Russia avesse nutrito ambizioni imperialiste, e si stesse preparando a una nuova guerra. Nel 1952  il generale Eisenhower  asserì di “non credere che la Russia puntasse alla guerra, almeno non in quel momento”. Ma allora, si chiede dubitoso Jeff Riggenbach, se non erano stati i russi i promotori della Cold War, chi ne furono i responsabili?

Secondo Barnes essa fu innescata dagli stati uniti e dall’amministrazione Truman per dimostrare a  Stalin, chi era il vero e unico boss del mondo, ossia gli Stati Uniti. La stessa bomba che fu lanciata su Hiroshima e Nagasaki non avrebbe avuto ragione di essere innescata, anche perché già s’era inoltrato un ultimatum cui i giapponesi non s’erano opposti.

Quindi, secondo i revisionisti americani,  la bomba fu lanciata a dimostrazione della potenza militare americana soprattutto nei confronti della Russia, per attestare appunto l’ “enorme potere” di cui disponevano gli americani. La dimostrazione muscolare degli Stati Uniti in Siria sembrerebbe quindi dettata dalla volontà di “ribadire” un assioma a cui tutti sono tenuti ad accettare senza riserve, in particolare la Russia, cui si dà un chiaro avvertimento.

Il problema è che la Russia attuale difficilmente accetterà il primato americano senza “discutere”. Siamo ormai lontani dai tempi in cui la Russia, dopo la caduta del comunismo, era “intrinsecamente” debole, lasciando agli Stati Uniti orizzonti sconfinati di manovra. Lo slogan “to make America great again” si scontra con il protagonismo russo in campo internazionale, per cui certe osservazioni dei revisionisti americani tornano alla ribalta: ossia, come scrisse Romero, la guerra fredda fu da essi  interpretata

“come un periodo dominato, oltre e forse più che dalla rivalità bipolare, dalle complesse relazioni tra centro e periferia, ed in particolare da un progetto di egemonia statunitense sulle principali risorse mondiali e, quindi, di controllo delle dinamiche politiche del Terzo mondo” [Corsivi miei] (2). Il braccio di ferro è appena agli inizi, e gli scenari sono aperti a sconfinate interpretazioni; ma, a lume di naso, quella che ci attende sarà (ben che ci vada) una nuova e lunga Cold War.

 

Note

1) Jeff Riggenbach, Why American History Is Not What They Say: An Introduction to Revisionism, 2009, pp. 110-111.

2) Federico Romero, “La guerra fredda nella recente storiografia americana. Definizioni e interpretazioni”, in Italia Contemporanea, settembre 1995, n. 200, 412.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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