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Ovidio: un poeta dalla vista “troppo lunga”

novembre 24, 2016

Letteratura e storia di Roma

ovidio

 

Nonostante il titolo che potrebbe avere il sapore della sala d’aspetto dell’oculista, il tema di questo breve intervento non sono tanto le diottrie di Ovidio, e se egli fosse più o meno miope o presbite, quanto il fatto che  deve aver visto qualcosa che non doveva vedere.

 

Tutti gli studiosi di Ovidio, da tempo immemorabile, si sono dovuti ad un certo momento scontrare con il fatto più grave della biografia ovidiana, ossia la sua reclusione “perpetua” a Tomi, una delle regioni più inospitali dell’impero romano. Tutti si sono sempre chiesti, e senza trovare una spiegazione condivisa, perché l’imperatore Augusto fosse stato così severo con Ovidio, il quale, dal suo scomodo e odiato “soggiorno”,  non riuscì più a tornare a Roma, neppure dopo la morte di Augusto, e nonostante i reiterati lamenti.

 

In breve, Ovidio doveva averla combinata veramente grossa per convincere l’imperatore a relegarlo a Tomi senza tanti complimenti, ingiungendo al poeta l’ assoluto silenzio su una  faccenda molto scabrosa; altrimenti, forse, non se la sarebbe cavata soltanto con l’esilio. Tutti gli studiosi che si sono interessati dei fatti di Ovidio hanno anche dovuto riconoscere che, di preciso, non sappiamo nulla delle cause reali che lo portarono  all’esilio. Le ipotesi in questo senso sono state parecchie, tra cui campeggia anche quella di una sua possibile partecipazione ad una congiura contro Augusto. La cosa lascia comunque un po’ perplessi, perché, se effettivamente Ovidio avesse partecipato ad una congiura contro Augusto, forse non se la sarebbe cavata soltanto con l’esilio.

 

Venendo al dunque, Ovidio lascia intendere “urbi et orbi” che le cause del suo esilio furono sostanzialmente due: carmen ed error. Sui “carmina” c’è stata un po’ di baraonda, ma i più intendono l’ Ars amatoria, che probabilmente poteva aver procurato qualche “fastidio” nell’imperatore, impegnato in una “restauratio” morale di Roma, specie tra le classi dirigenti e, soprattutto,  in casa propria, proprio per dare l’esempio.

 

Sta di fatto però che, come ci erudisce Francesco Della Corte,  le date suscitano qualche sospetto. Nell’ 8 d. C. “Giulia minor commise adulterio con Decimo Giulio Silano e fu relegata nelle isole Tremiti”. In quello stesso anno (8 d. C) il nostro poeta finisce, guarda caso, a Tomi, dove rimase fino al termine dei suoi giorni. Molto acutamente, e in base alle stesse testimonianze ovidiane, F.  Della Corte sottolinea il fatto che furono i “lumina” (gli occhi)  a portare alla rovina Ovidio:

 

“Non potendo parlare chiaramente del suo error, Ovidio è costretto a ricorrere ad enigmi. Sono stati i lumina a sbagliare”; però il povero diavolo non può dire “cosa” e “chi” aveva visto, per cui, per tutta la vita Ovidio si lamento così:

 

“Cur aliquid vidi?” ( “Ma perché diavolo ho visto quel qualcosa?”.).

 

F. Della Corte sospetta ( a ragione) che Ovidio avesse potuto vedere, incautamente e senza volerlo, “qualche donna” ( dea)  della Casa dell’imperatore in qualche situazione, come dire, un po’ “imbarazzante” dal punto di vista della pudicizia (“concubitos varios”), che tuttavia, nella casa dell’imperatore, doveva regnare sovrana. Insomma, Ovidio si era “casualmente trovato innanzi ad un crimen commesso da persone della famiglia imperiale”, e “dunque di un crimen per pura imprudenza si resero responsabili gli occhi di Ovidio”.

 

Sta di fatto che il povero Ovidio aveva visto qualcosa, e forse, preso dal timor, si guardò bene dall’andare a raccontarlo ad Augusto. Però, qualcun altro (maligni servi? Perfidi compagni?) deve aver visto lui, che aveva visto quel qualcosa, e questi andò a raccontare all’imperatore che aveva visto Ovidio che aveva visto qualcosa che non doveva vedere.

 

Diciamoci la verità. Augusto era un tipo molto intelligente: forse in un primo tempo potrebbe aver addirittura pensato di sbarazzarsi dell’incauto testimone, ma il pericolo era quello di andare viepiù ad allargare uno scandalo accaduto in casa sua,  che egli voleva assolutamente soffocare. Quindi, prese di petto il meschino e gli ordinò, pena la morte, il più assoluto silenzio sull’accaduto. E per essere assolutamente sicuro che Ovidio non potesse contare sulle sue solite relazioni personali,  lo relegò in esilio a Tomi (magari anche adeguatamente “sorvegliato”, come ben s’addice ad un “confinato politico”), tanto per essere ulteriormente certo che egli non potesse avere contatti con nessuno.

 

Ovidio, come sappiamo, pregò, supplicò,  pianse,  scongiurò e spergiurò, ma non ci fu niente da fare:  Augusto fu, nei suoi confronti, inflessibile, per cui Ovidio a Tomi fu relegato, a Tomi rimase, e a Tomi fu seppellito. Resterebbe da spiegare il “perché” di tanta durezza da parte di Augusto. Purtroppo per Ovidio, egli era uno scrittore, e anche di “bocca larga”, per cui Augusto temeva in cuor suo che non soltanto Ovidio “parlasse”, ma che addirittura “scrivesse” su ciò che aveva visto.

 

Ovidio, probabilmente, aveva capito perfettamente l’antifona, e verosimilmente si sarebbe fatto tagliare la lingua (e la mano) piuttosto di profferir verbo; ma, la sua fama di scrittore un po’ “libertino” faceva temere ad Augusto che Ovidio, se riportato a Roma, prima o poi potesse dire o scrivere qualcosa di irreparabile su un qualcosa che aveva visto. Di qui la sua durezza inflessibile, e di qui la fine lacrimevole di Ovidio a Tomi. Quasi certamente Ovidio aveva ragione:

 

“Meglio starsene lontani dalle case dei potenti”, perché è meglio “non vedereessere visti” persino nei dintorni delle loro case:

 

“Vive tibi, et longe nomina magna fuge”:

 

“Stattene per conto tuo, e scappa a piedi levati dai nomi altisonanti: ne va della pelle (e della libertà)”.

 

Fonte:

F. Della Corte, “Il reato segreto di Ovidio”, in Cultura e Scuola, aprile-giugno 1990, pp. 48-53.

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