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I Romani e l’acca dei VIP

maggio 3, 2017

Società

 

Ab origine, spiegava Gaston Paris, nume tutelare dei linguisti romanzi tutti,  soltanto gli abitanti di Roma ( scil. Homines habitantes in ipsa Urbe) erano detti Romani.  In seguito l’editto di Caracalla fece Cittadini Romani tutti quelli che erano dentro l’impero; cioè, come sentenziava Ulpiano,  in orbe romano qui sunt (quanti sono dentro il mondo romano). Il termine Romanus diventò assolutamente qualificante a distinguere quelli che erano dentro da quelli che erano fuori, ossi i barbari d’oltre frontiera, i quali, tutto sommato, a detta di Gaston Paris, non se la presero più di tanto, accettando di buon grado d’esser definiti  barbari.  I Germani, per esempio,  un nome di cui non sappiamo l’origine, altrimenti detti tedeschi, da theotiscus e theodiscus, termine che comparve intorno al IX secolo, accettarono con una certa indifferenza la s-qualifica.

 

Oltre che dai tedeschi,  i Romani si distinguevano con tal nome da tutti gli altri popoli che bussavano alle porte dell’impero;  ossia dai Gothi, dai Franci,  dai Burgundiones e dai  Langobardi. Romanus era quindi il nome di quanti vivevano dentro i confini dell’impero. Il prestigioso termine Romanus collassò, a detta di Gaston Paris,  soltanto al tempo dei Carolingi,  dopo la fusione dei popoli germanici con i Romani. Sta di fatto che, essere Romani,  costituiva motivo di fierezza nonché d’orgoglio  sostanziale rispetto ai barbari.

 

Un aspetto curioso della lingua di Roma distingueva altrettanto nettamente le Very, ma veramente Very important persons dal resto del populace. Tale distinguo s’attivava per esempio in maniera particolarmente evidente nel far sentire in modo  chiaro la h iniziale dei nomi. Cosicché chi pronunciava omo, ominem e omines senza far sentire la h iniziale era subito qualificato come appartenente alla plebe,  perché la Very and Very important person  invece pronunciava sempre homo hominem e homines, marcando in modo rilevante la presenza dell ‘ h iniziale. Chi dunque avesse osato snobbare l’ h,  si sarebbe inesorabilmente etichettato urbi et orbi come appartenete alla plebs. “L’assenza dell’h squalifica l’individuo”, sentenziò inappellabilmente Gaston Paris. La nobile tradizione Romana dell’h s’è mantenuta incredibilmente inalterata nel mondo anglosassone, quello  del business di alto livello, tanto per intenderci;  per cui ho avuto modo di leggere che ACCA’s people speak 3 languages fluently, espressione che mi esimo dal tradurre per non offendere nessuno.

 

Certo che, a questo punto, varrebbe per davvero la pena di scovare chi ebbe l’impudenza di asserire che l’ “h non vale un’acca”, per dirgliene di tutti i colori, almeno in three languages.

 

Fonti

G. Paris, « Romani, Romania », e « La Pronontiation de H en latin », in Mélanges linguistiques, Paris, Honoré Champion, 1906, pp. 3-31 e pp. 127-128.

 

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