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La Sentenza di Nembrot [ parte II]

luglio 5, 2014

Letteratura

A conclusione di questa nostra disamina, resta da chiarire un dubbio che rampolla spontaneamente in qualsiasi lettore: perché Dante, anziché ricorrere a un anagramma, non espresse chiaramente il proprio concetto con quelle espressioni poi svelateci dal suo “intimo amico” Pietro Giardino? La domanda è importante, e la risposta credo riposi nelle “tecniche poetiche” medievali, nell’officina del “grande artiere”, avrebbe detto Carducci. Paul Zumthor, ci ha svelato molti anni fa l’arcano di molti versi non-sense dei trovatori, i quali amavano spesso dar vita a versi assolutamente incomprensibili, e spesso, e questo è un dato molto importante da notare, esercitavano tale tecnica su una materia estremamente banale, quale potevano essere un detto sentenzioso, un indovinello o un proverbio. Poiché, appunto, si trattava di materiale concettuale trito, per suscitare l’attenzione del lettore, proponevano versi confusi e incomprensibili, ma, si noti, intendendo spostare l’attenzione del lettore dalla frase in sé consunta al “tema” su cui stavano esercitando la loro perizia poetica. «… Il fatras mira a liberare la lingua dalla sua funzione più ovvia – comunicativa e razionale… La scelta degli elementi semantici sui quali esercitare l’effetto di dissociazione appare allora fissata: frammenti di luoghi comuni amorosi cortesi, proverbi e locuzioni triviali, ecc…» (12).

Chiediamoci per un attimo cosa sarebbe successo se Dante ci avesse proposto il famoso detto di Nembrot secondo le normali norme lessicali, grammaticali e sintattiche. Ne sarebbe scaturito un “detto” che avrebbe lasciato i più pressoché indifferenti: « Mal si ciba colui che ama il mal fare». Oppure, «E’ giusto che paghi colui che ama il mal fare». Dante, invece, secondo gli insegnamenti dei trovatori, ha voluto applicare al suo detto morale la tecnica della “fatrasie”, la quale era conosciuta non solo in Francia, ma anche in Italia, e Mario Marti ci assicura che la “fatrasie” era largamente applicata nei circoli poetici più chiusi ed elitari, e specie tra i “poeti giocosi”. « … E temi e tecnica e motivi giocosi è dato cogliere nelle fatrasies francesi e nelle ensaladas spagnole… Peccheremmo quindi, se leggendo i nostri antichi poeti giocosi, trascurassimo questo aspetto europeo della loro rimeria… Poetica non ignota né ingrata a Dante stesso…» (13). Dante, quindi, sposta con un artificio linguistico tutta l’attenzione del lettore dalle parole di Nembrot, che lui stesso, con una punta di protervia, definisce, « a nullo not[e] », al tema, che invece gli importava moltissimo, ossia quello della “superbia”, la radice d’ogni male. «Superbia, invidia e avarizia, dice Ciacco, son le tre faville ch’anno i cuori accesi»; con la superbia al primo posto, come al primo posto, quale radice di tutti gli altri mali la troviamo in alcuni trattati morali del Medioevo. Così Iacopo da Benevento scriveva alla metà del XIII secolo:

«… Imperò che la santa Scrittura dice, nel libro Ecclesiastico: Principio e nascimento d’ogni peccato è superbia (sott. mia), da questo vizio faremo il principio del nostro dire; e diremo le sue condizioni, e de’ sette vizi principali che nascono da lei. Li quali sono questi: vanagloria, invidia, ira, tristizia ovvero accidia, avarizia, gola, lussuria. E che questi vizi vengano da superbia, lo dice santo Isidoro in questo modo: Ogni peccato è superbia, imperò che, facendo le cose vietate, hae in disdegno le comandamenta vietate da Dio…. E veramente superbia è principio d’ogni peccato…» (14). I superbi, dunque, deviano dalla “diritta via”, perché volgono le loro facoltà a “mal fare”, e così agiscono, e si noti la ricorrenza dei termini “amorosi”, per malo amore, per un “amare” deviato. Così, Dante descrive l’ascesa ai superbi nel decimo del Purgatorio: « Poi fummo dentro al soglio della porta/ che ‘l malo amor de l’anime disusa/, perché fa parer dritta la via torta». E il Sapegno (Purg.,X, nota 2) così spiega: « Malo amore è quello che erra nella scelta dell’oggetto… e determina così le varie disposizioni peccaminose; esso svia gli uomini col far loro apparire dritta, buona, la via torta, sbagliata».

L’articolo del prof. Minich non ebbe, l’abbiamo visto, quella risonanza che forse l’autore sperava, e probabilmente si perse nei meandri della letteratura critica intorno a Dante. Rispetto alle parole di Nembrot siamo quindi ancora oggi di fronte a quanti non vedono in esse alcun significato, oppure ai pochi che per converso ritengono degni di considerazione i risultati cui giunse in un saggio famoso Domenico Guerri nel 1908, per il quale la frase di Nembrot era la somma di alcune parole ebraiche, cinque per l’esattezza, le uniche che secondo Guerri Dante conosceva. La critica più autorevole, dal Vandelli al Sapegno, ha comunque giudicato poco convincenti i risultati del Guerri, pur ritenendo la sua interpretazione tutto sommato brillante. La cosa comunque non è finita con il Guerri. Verso la metà degli anni Cinquanta A. Camilli riprese l’argomento (15), partendo proprio dagli studi di Domenico Guerri (16), l’unico che, a sua parere, avesse saputo esaminare « con serietà questo verso». Anche l’articolo di Camilli è brillante; però, e qui sta il punto dirimente rispetto al saggio del Prof. Minich, siamo pur sempre di fronte a una interpretazione moderna, del tutto “congetturale”, come ammette lo stesso Camilli, mentre Minich fondò il suo lavoro su una fonte manoscritta, una “pergamena” che veniva da lontano, dalle isole Sporadi, sepolta per oltre un millennio in un monastero, e alla fine tratta alla luce da un misterioso erudito tedesco.Nembrot. Misteri (2)

Camilli ritiene che le parole di Nembrot appartengano alla lingua ebraica:

«Se le lingue babeliche nacquero per un’improvvisa deformazione, diversa per ogni parlante, di suoni, forme, costrutti e significati della madrelingua ebraica, è ragionevole pensare che Dante, a rendere le parole babeliche di Nembrotte, debba avere storpiato, sia nella forma sia nel significato, delle parole ebraiche, quali ne poteva trovare nel Liber de nominibus hebraicis di San Girolamo, nelle glosse bibliche e nei lessici. Ora ” per singolare fortuna di questo problema”, dice il Guerri, le uniche parole ebraiche, che Dante poteva conoscere, aventi somiglianza con quelle di Nembrotte sono RAPHAIM, MAN, AMALECH, ZABULON, AALMA, a cui aggiungo EL.». E quindi prosegue:

«Secondo il testo critico della Società dantesca italiana questo verso si dovrebbe leggere: Raphèl maì amèch zabì almì, dove ” almì ” rimerebbe solo per l’occhio con PALMI e SALMI. Ma perché mai Dante avrebbe qui introdotto quella zeppa metrica… non si capisce. Non poteva modificare ad arbitrio il linguaggio di Nembrotte? Non avrà anzi , per un presupposto babelico, spostato qualche accento ( il Guerri leggeva infatti zabi aàlmi con le ” i ” disaccentate ) proprio perché una regola faceva queste forme ossitone in ebraico? e nel caso di aalmi, non avrà egli fatto parossitona questa voce come in latino, dal momento che il suo significato babelico era appunto quello latino? Quindi ha ragione il Guerri [ p. 40 ] a leggere aàlmi, e da questo ricava anzi un’altra conferma la sua interpretazione. In conclusione io credo si debba leggere:

Raph El, maì amèch zabì aàlmi ?

Spiegando: Homines Divi, cur relinquitis aedificium almum?

Le due prime parole, secondo me, sono in corrispondenza con “Satan Aleppe” ( Satana Dio ) di Pluto ».

Camilli non traduce, ma il senso in italiano è questo: « O uomini veramente simili a Dio, perché avete abbandonato la costruzione dell’alma torre?». L’articolo di Camilli, sviluppato sulla scorta del saggio di Domenico Guerri è indubbiamente suggestivo, ed egli mi trova in sintonia quando asserisce che il linguaggio sia pure astruso di Nembrot un significato deve pur averlo. Però ho il vago sospetto che esso non sia quello ventilato dal Guerri e integrato dallo stesso Camilli, e ciò perché le premesse a tutta la loro argomentazione sono per lo meno dubbie. Il Camilli parte dalla convinzione che per Dante «.. le lingue babeliche nacquero per un’ improvvisa deformazione … [ sott. mia] della madrelingua ebraica», e sarebbe quindi logico pensare che egli, « nel rendere le parole babeliche di Nembrotte, debba avere storpiato… delle parole ebraiche… [ sott. mia]». E il ragionamento si appoggerebbe sul De vulgari eloquentia, in cui Dante mostrerebbe di credere che la lingua ebraica fosse stata in assoluto la prima lingua del mondo.

Solo che le cose non stanno esattamente così. Studi recenti hanno invece dimostrato l’esatto opposto. Come sottolineò a suo tempo Bruno Nardi, il poeta “rettificò” nella Commedia quanto asserito un po’ forzatamente nel De Vulgari eloquentia, nel quale Dante «… si rassegna ( sott. mia) ad ammettere che Adamo parlasse ebraico, che l’ebraico fosse la lingua di tutti gli uomini prima della confusione, e che dopo la confusione l’ebraico, cioè la lingua d’Adamo, si conservasse ancora presso gli ebrei…». E ciò, « per rispetto… alla comune opinione degli interpreti del libro sacro» (17). Dante operò la “rettifica” di tale opinione nella Commedia, facendo parlare lo stesso Adamo, che “corresse” l’antica ed errata opinione del poeta, e da cui si arguisce anche il fatto non secondario che egli non credeva affatto alla “improvvisa” scomparsa delle lingue, ma, più modernamente, a una loro lenta evoluzione. Ecco il passo in cui parla Adamo:

«La lingua ch’io parlai fu tutta spenta/ innanzi che all’ovra inconsummabile/ fosse la gente di Nembrot attenta. Pria ch’io scendessi a l’infernale ambascia,/ I s’appellava in terra il sommo bene/ e El si chiamò poi… ».

Sia il Guerri sia il Camilli partono dal presupposto, non fondato alla luce delle più recenti acquisizioni, che Dante usasse l’ebraico perché la considerava la “prima lingua” di tutti gli uomini. Ma come Adamo ha dimostrato a Dante con una chiarezza esemplare, la “prima lingua” dell’umanità era “tutta spenta” già al tempo del tentativo di Nembrot. E non si vede per quale ragione Nembrot si mettesse a storpiare proprio l’ebraico, che non era, teste Adamo, la “prima lingua” dell’umanità, che tra l’altro neppure lo stesso Nembrot poteva conoscere, essendo essa ai suoi tempi “già spenta”. Poiché Dante era perfettamente consapevole del fatto, non si vede per quale misteriosa ragione avesse voluto rifarsi all’ebraico se egli sapeva già in partenza che quella era “lingua seconda”, al pari di tutte le altre lingue post-adamitiche. Da quanto si è andati dicendo, nulla vieta di credere che le parole storpiate di Nembrot potessero appartenere non all’ebraico, ma a qualche altra lingua, per cui l’ipotesi del Guerri e del Camilli, fondata esclusivamente sull’ebraico, sembrerebbe il frutto di una lettura non pertinente delle teorie di Dante sul linguaggio.

Di qui dunque l’impressione che con il famoso verso di Nembrot Dante non si rifacesse né all’ebraico né tanto meno a quella lingua “adamitica” di cui conosceva al massimo una parola: I, Dio; né ad altre lingue. Il prof. Minich ricorda al proposito i tentativi infruttuosi dell’abate M. Lanci con l’arabo, dell’abate M. Venturi con il siriaco e infine di P. G. Maggi con la stessa lingua ebraica (p.1237).

Tutti questi tentativi vani rafforzano l’ipotesi di quanti sostengono che Dante avesse semplicemente giocato con la lingua fiorentina, secondo le regole delle “Fatrasies”. Potrebbe quindi darsi effettivamente che Dante avesse inventato un semplice anagramma, il cui significato venne successivamente confidato dal poeta al “dotto uomo in lettere” Pietro Giardino, suo “discepolo” e “amico intimo”, e infine consegnato da quest’ultimo all’Anonimo chiosatore del verso 67 del XXXI canto dell’Inferno.

 

 

Note

 

1) La lezione di questo verso è controversa. V. Vandelli 1974, Inferno, Milano: Hoepli, accetta la seguente: ” Raphèl may amèch zabì almì”. La stessa anche nel Sapegno.

2) Enciclopedia Dantesca 2005, vol. 11, Lun-N, Voce Nembrot, 556-557, Biblioteca Treccani, Milano: A. Mondatori.

3) Il m. e. prof. S. R. Minich legge: Sopra una antica chiosa, testé scoperta, al v. 67 del C. XXXI della prima Cantica di Dante, in Atti dell’Imp. Reg. Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, Tomo Decimo, Serie terza Dispensa Nona, Venezia, Presso la segreteria dell’Istituto nel Palazzo Ducale, 1864-65, nel Priv. stabil. Antonelli Edit., 1236-1251.

4) G. Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, in O. Zenatti 1984, 169 e n. 1 Dante e Firenze, Prose Antiche, Firenze: Sansoni: «… Giardino, padre di Piero, fu notaio, dottore in legge e cavaliere: quindi, messer Giardino. Piero fu egualmente notaio, quindi ser Piero, e di lui, scritti di sua mano, si conoscono finora tredici documenti che vanno dal 18 maggio 1311 al 1348…». Sul Giardino v. inoltre p. 167, n. 2, e p. 82, nota.

5) G. Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, 81 nota 1.

6) G. Battelli 1949, (Terza ediz., 226) , Lezioni di paleografia: Città del vaticano.

7) Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua. Ediz. critica approntata da B.T. Sozzi 1976, 20, Torino: Einaudi.
8) Convivio, a c. di M. Barbi 1965, II, 112, in Dante, Tutte le opere, a c. di M. Barbi, Firenze: Sansoni.
9) ( Epistole, VII, 7, 334 )
10) U. Bosco 1966, 108, Il Canto di Brunetto, in Dante Vicino, Palermo: Sciascia Editore.
11) M. de Rosa L’Alighieri 1986, 1, 27-28, Rigetto e idealizzazione del padre in Dante.
12) P. Zumthor 1973, 183 e 186, Lingua e tecniche poetiche nell’età romanica, Bologna: Il Mulino.
13) Mario Marti 1962,18-19, 20, Introduzione alla lettura dei poeti giocosi, in Dal certo al vero, Roma: Ediz. dell’Ateneo.
14) Iacopo da Benevento, Giardino di Consolazione, Capitolo I : contro la superbia, in Scrittori di religione del Trecento, a c. di don G. De Luca 1977, Tomo III, 490, Torino: Einaudi.
15) A. Camilli 1953, 39-40 , Lingua Nostra, Il linguaggio di Nembrotto.
16 D. Guerri 1908, 21-47, Di alcuni versi dotti della “Divina Commedia”, Città di Castello: Lapi.
17) B. Nardi 1985, n. 1, 24-32, in part. 31-32, L’Alighieri, Il Canto XXVI del Paradiso.

 

 

 

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