Da più a uno face un sollegismo: restauri e restituzioni

Tra solecismi, sollegismi (e sol/legismi)

 

Vediamo preliminarmente un problema testuale che tuttora affatica la critica: l’interpretazione di “face” del primo verso e del suo relativo soggetto. Marian Papahagi fu uno dei primi ad affrontare la questione, preceduto da un acrobatico pioniere, Lorenzo Caracci Mascetta, per il quale il soggetto è “uom”:

“Uom fa sillogismo dal generico al singolo; comprendendo così nella ‘proposizione’ o Premessa Maggiore come nella ‘proposizione’ o Premessa Minore il ‘termine’ comune detto ‘medio’” (1).  Papahagi, a sua volta, propose una congettura che pare la sorella gemella della precedente,  per cui  il soggetto di “face” non è “uom”,  ma  “uno” [un tale qualunque, avrebbe detto Pirandello]; ora “uno”, continua Papahagi,  si potrebbe “correlare parallelamente col ‘si’ passivante del secondo verso (In maggiore e minor mezzo si pone). ‘Uno’ fa il sillogismo (se proprio ci tiene a farlo, se vuole fare veramente una ‘logica sposizione’) ‘da più a uno’. Si evita così l’imbarazzo stesso dei commentatori  del verso nell’interpretare il senso di ‘face’ e nel suggerire il soggetto della proposizione. Per una buona parte di essi (Pellegrini, Contini, Ciccuto, Quaglio) il soggetto è ‘sollegismo’, ma ciò obbliga a forzamenti del senso nel verbo ‘face’” (2).

L’ipotesi di Papahagi è sicuramente interessante, ma un po’ almanaccata, al pari della sorella maggiore di  Lorenzo Caracci Mascetta. Su una cosa Papahagi aveva però ragione, ossia sul fatto che, se si lavora (un po’ troppo) su face, si devono esercitare “forzamenti del senso del verbo”. In tal senso, si è tentato di interpretare “face” come [tu] “fai”, seconda persona singolare dell’indicativo presente. L’ipotesi di “face” come fai è stata ventilata da Giovannella Desideri (3),  ma Pasero nota giustamente che la congettura non regge per via dell’assenza pressoché assoluta di esempi consimili; e poi perché, per collegarsi al secondo verso, bisognerebbe presupporre  “una forte avversativa (‘tu fai un sollegismo, ma il vero sillogismo funziona altrimenti, ecc.’), rileva di “molta ragione” Pasero (4)  .

Sarà anche un caso, ma un “caso” di questo genere capitò anche a Dante, illustre amico del suo “primo amico”. Il suddetto caso fu illustrato da Ernesto Giacomo Parodi, il quale, intervenendo su una divinatio di Fredrick Wulff  riguardo un verso di Dante (Pietra ESCI fuor! Che dentro pietra face? [Incipit: “Deh piangi meco tu, dogliosa pietra”]), sottolineava come “ la congettura del Wulff, che pure è molto ingegnosa ed acuta, introduce un face per faci, fai, del quale non troveremmo in Dante altro esempio” (5). Un po’ quello che ha detto Pasero riguardo la congettura della Desideri.

Nel sonetto in esame, si può comunque congetturare qualcosa d’altro nel rispetto, direi totale, della tradizione. Intanto, “face” è un verbo largamente usato da Guittone: è sufficiente scorrere le sue rime per accorgersi che face è presente in tutte le più svariate declinazioni:  “face è voce rimasta al poeta”, commentava Vincenzio Nannucci (6). Face, ad ogni modo, si può intendere nel senso prospettato da Lino Leonardi a commento del sonetto di Guittone (7), in cui il poeta “si squaglia” per amore:

De voi vogli’eo sol che sofriate ’n pace:

Ché,  ciò pensando sia, tuto mi squaglio

Del gran dolzor ch’ entr’a lo cor mi face.

A parte lo “squaglio”, che probabilmente fece rizzare in testa i capelli agli amici degli amici degli amici (Dante, Cavalcanti e aderenti al Club stilnovistico), troviamo un  face che Leonardi interpreta come “provoca” o “produce”.

“L’universale giustifica i particolari, diceva Bertrando Spaventa, (e in questo senso li produce; li fa intendere, e perciò li produce)” (8). Quindi Cavalcanti, ripensando al face dello “squaglio”  avrebbe potuto intenderlo come “provoca”, alla normale terza persona singolare.

Da più a uno face (fa, provoca, o produce) un sollegismo.

L’ interpretazione tradizionale del verso potrebbe benissimo riassumersi in quella data da Flaminio Pellegrini et alii, secondo cui il poeta starebbe parlando di un passaggio dall’ “universale” al “particolare” (da più a uno):

“il sillogismo, scriveva Pellegrini, ha un tal congegno che conclude (face, cioè ‘opera’, giova, ha effetto) dall’universale al particolare, in grazia della collocazione di un termine medio tra il maggiore e minore” (9).

Come si vede, il soggetto, dato per scontato, da Pellegrini et alii, è “sollegismo”, tradotto senza ambagi con “sillogismo”.

E’ evidente a ogni modo che l’espressione “un sollegismo face (fa) uno da più” è  calco perfetto della versione latina del testo di Aristotele:

“Unum facere e multis” o “unum ex multis facere”.

Su “Unum ex multis facere” o “unum facere ex pluribus”,  si diffonde Baldassare Labanca , il quale spiega che lo Stagirita così “sentenzia”:

“Semplicemente appello (=definisco) dialettico chiunque è abile a proporre ed opporre: proporre poi è trarre l’uno dal [sic] molti” (10).

L’andare dall’universale al particolare è l’unica e sola legge riconosciuta della logica razionale:

“ La natura di qualsivoglia deduzione è dunque quella di discendere dall’universale al particolare e qualunque altra maniera di dedurre o di ragionare è illegittima e fallace. E perciò il metodo che dall’universale ricava e deduce il particolare, lungi dall’esser vano e illusorio, è anzi il vero metodo naturale di ragionare” (11).

La cosa valeva in assoluto anche per Dante:

“ Per sillogismo Dante intende, aristotelicamente, il tipo perfetto del ragionamento deduttivo che procede dal generale al particolare, in cui, sulla base e col concorso delle felici ed incisive semplificazioni dei logici medievali, distingue una ‘materia’, ed una ‘forma’, attribuendo alla prima, le affermazioni specifiche che fungono da premesse nell’ambito di una certa scienza, e, alla seconda, la struttura sillogistica che fissa norme generali valide sempre” (12).

L’accettazione di sollegismo inteso come  soggetto,  e  adombrante il solecismo,  evita, da un lato di lavorare su face con interpretazioni dubbie; e dall’altro  “la forte avversativa” lamentata da Pasero (i due punti immettono il secondo verso che spiega il  precedente); e nulla toglie al fatto che Cavalcanti stesse in effetti parlando del sillogismo, e, per enigma, anche del solecismo, termine che  deve essere per forza rintracciabile nel sonetto, poiché più sotto è chiaramente menzionato il barbarismo, che con il solecismo forma, come afferma la Desideri, una “storica dittologia”.

 

Cavalcanti tra paralogismi e  sillogismi

 

Se nel Fiore di Rettorica di Bono Giamboni, contemporaneo di Cavalcanti e ben noto alla cerchia degli stilnovisti,  il solecismo si manifesta come  “silogismo”,  nella Rettorica di Brunetto Latini il solecismo stesso diventa un “sollogismo”. E’ fuori discussione che Cavalcanti fosse perfettamente consapevole del fatto che  i suoi contemporanei sbagliassero non soltanto nel “facere” sillogismi, ma anche che, “barbaramente”,  confondessero sillogismo con “solecismo”. Le testimonianze circa la confusione dei copisti e dei traduttori medievali sono ampiamente registrate. Ricordo soltanto due esempi, contemplati nel TLIO:

“Si   registrano in  2 anche le occ. di   sillogismo  che  valgono,  quanto  al    senso, ‘solecismo’:  questo  secondo  termine  pare  creare  problemi in antico, e tende ad essere confuso con il più noto sillogismo” (13).  Se il TLIO dà, per il Fiore di Rettorica, un “prob[abile].  errore  per  solecismo”, con Seneca si parla di un “sicuro bisticcio traduttivo fra sillogismo e solecismo” , per cui si osserva un “bisticcio” che si concreta in un solido “barbarismo,  e  silogismo [= solecismo]” (14) .

Cavalcanti aveva  dunque di fronte a sé  un campo semantico ambiguo, dove sia sillogismo sia solecismo si trovano a coesistere in  uno spazio indefinibile  in cui  egli si muove con destrezza e perizia, giostrando da par suo con le parole, facendone scaturire le grafie più diverse, da un possibile sol/legismo del chigiano al più gettonato sollegismo. Da questo “spazio indefinibile” egli dunque trae voci nuove e nuovi e “artificiali” significati :

“Una parola dotta, o esotica, arcaica artificiale, asseriva Paul Zumthor, può essere stata portata sulle labbra di un poeta dalle esigenze del ritmo, della rima, dal desiderio di fare dell’ironia, di affermare, di mettere in rilievo, se non addirittura da un’impotenza espressiva […] Ci troviamo al livello individuale della strutturazione. L’innovazione non viene ripresa: entra nella tradizione o rimane atipica” (15).  Ci troviamo cioè, suggerisce Zumthor,  in un’epoca in cui al poeta era lecito “creare” parole inusitate, essendo il volgare ancora in  fase di strutturazione.

“E per discacciare da la favella i detti due vizii fue fatta tutta l’arte della gramatica, la quale insegna fare le dette due cose, e dividesi nelle dette due parti, che s’apellano silogismo e barbarismo. La parte della gramatica che s’apella silogismo insegna le parti della diceria sìe acordare che non si pecchi i[n] latino. E quella che s’apella barbarismo insegna le parti della diceria bene profferere, come sanno bene i gramatici” (16).

Di qui l’ipotesi di un solecismo onnipresente e onnicomprensivo della Desideri, che cita ad hoc il passo di Bono Giamboni:

“ Le occorrenze della storica dittologia solecismo-barbarismo, scrive la Desideri, bastano a illustrare la sostanza che voglio qui anticipare: nell’incipit del sonetto ‘da più a uno’ Guittone fa ‘anche’ (se non addirittura soltanto) un solecismo. Lo conferma del resto l’area di ambiguità della forma linguistica ‘sollegismo’” (17).

Non concordo con l’ipotesi secondo cui Cavalcanti stesse facendo “soltanto” un solecismo (e sulla questione torneremo), ma è indiscutibile che “sollegismo”  adombrasse, nella mente di Cavalcanti,  un modo sbagliato di produrre sillogismi da parte di Guittone.

Cesare Segre ricorda come in Guittone

“ i sillogismi non mancheranno, ma non sono frequenti e sono resi per lo più impercettibili dallo spezzettamento del discorso. Guittone stabilisce solo nelle grandi linee gli argomenti  della sua trattazione e il loro legame; per svolgerla si affida  alle facoltà retoriche piuttosto che a quelle logiche”  (18).

Un’altra caratteristica precipua dello stile retorico di Guittone era quello di “colpire il lettore”, “ di conquistarlo assalendolo con le ondate successive di interrogazioni”; e con ciò perdeva “di vista la conseguenza logica dei periodi” (19). La cosa è stata rilevata anche da Emilio Pasquini, il quale rimarca nello stile retorico di Guittone una “fitta vegetazione di reiterate interrogazioni (e a volte esclamazioni)”, cosicché aveva “colto nel giusto la malevola accusa di Cavalcanti di un’assenza di sillogismo” in Guittone  (20).

In ciò, facendo cioè conclusioni incongrue, Guittone peccava contro le regole basilari del sillogismo, confezionando soltanto paralogismi e sofismi.  Il paralogismo, tra l’altro, denuncia più che altro ignorantia elenchi, ossia ignoranza delle regole basilari del sillogismo. E che Guittone fosse ignorante agli occhi Cavalcanti è un dato “appalato”, avrebbe detto Iacopone,  e non smentibile.

Poi, nel secondo e nel terzo verso, Cavalcanti dà invece lo schema del sillogismo perfetto:

In maggiore e in minor mezzo si pone:

che pruova necessario

Si deve porre il medio [mezzo] tra la [premessa] maggiore e la minore, da cui scaturisce il “necessario”, cioè la conclusione:

“Quare  manifestum est quoniam  omnis demonstratio et omnis syllogismus erit per tres terminus tantum ” (21). E’ pertanto chiaro, diceva Aristotele, che ogni dimostrazione e ogni sillogismo sarà costituito soltanto da tre termini.

 

Il sillogismo di Cavalcanti

 

Dicevo sopra di concordare parzialmente con la  tesi fondamentale della Desideri,  laddove cioè asserisce che il sillogismo nulla avrebbe a che fare con il sonetto in esame, essendo esso invece tutto giocato sul solecismo. E’ invece  un dato di fatto che  Cavalcanti si stesse diffondendo a piene mani sul sillogismo e suoi derivati, sofismi e paralogismi. Anche se la  Desideri sottolinea (tra parentesi) che Cavalcanti sembra fare “soltanto” un solecismo, ammette poi (tolta parentesi), che Cavalcanti “fa anche” un  solecismo, concedendo, indirettamente, che il poeta stesse facendo anche qualcosa d’altro. E’ comunque fuori discussione che il solecismo, come abbiamo visto, occupa un posto di molto rilievo nel sonetto in esame, per cui l’intuizione complessiva della Desideri è  condivisibile, nel senso che  le varianti di solecismo, come silogismosoecismo, soerismo e silosgismo (22), e il passo di Bono Giamboni (citato come pezza d’appoggio dalla Desideri ) (23), fanno intuire chiaramente che il poeta stava letteralmente giocando con le varianti “grafiche” del solecismo, assomigliandolo  al sillogismo, in modo da rendere manifesta ‘per stile comico’ l’insipienza logica di Guittone.

Il sillogismo di Cavalcanti è la prima delle “tre figure sillogistiche” impostate da Aristotele:  “Dunque, spiega  Marian Andrzej Wesoly,  il sillogismo in questa “figura”[presenta] gli estremi in ordine verticale, cioè guardando dall’alto in basso, sono disposti sempre in modo tale che il termine maggiore (τὸ μεῖζον) è in alto e quello minore (τὸ ἔλαττον) in basso; invece il termine medio (τὸ μέσον) si trova sempre in posizione intermedia tra loro […] Esclusivamente in tale figura i termini sono disposti in modo tale che è immediatamente evidente la transitività della predicazione tramite il termine medio. Questa transitività è modellata nella figura I, alla quale sono riducibili i sillogismi delle figure rimanenti” (24).

Nei versi successivi Cavalcanti dà “pruova” delle insuperabili capacità dimostrative della “figura” per eccellenza del sillogismo. Cavalcanti “attacca” il suo ermetico sonetto proprio con lo schema perfetto del sillogismo; né la sua proposta dello schema sillogistico è neutra, perché ne stava, egli stesso, approntandone uno, volendo con ciò dirozzare il Guittone  sulla maniera con cui vanno strutturati i sillogismi.

Da più a uno face un sollegismo  è pertanto fondato sulla logica stringente del sillogismo, poiché l’intento fondamentale di Cavalcanti è quello di “dimostrare” all’inclito e alla plebe, per scienza acquisita (da Aristotele),  che Guittone  era assolutamente inconsistente sia  sotto il profilo linguistico sia sotto l’aspetto filosofico-argomentativo .

L’ interlocutore (ancora anonimo) vi è intrigato immediatamente nel quarto verso della prima strofa:

Da ciò ti parti forse di ragione?

Cioè: credi forse di poterti (sott. Guittone) sottrarre da ciò (dalla struttura corretta del sillogismo da me enunciata) “giustamente”, a qualche giusta ragione? La domanda è puramente retorica, e richiede un categorico ‘no!’. Come si vede, Cavalcanti, sin dalla prima strofa, sta mettendo il non ancora menzionato Guittone (l’Innominato) “alle corde”, come si dice in gergo pugilistico.

Anche se il nome della “vittima” è soltanto adombrato dal “tu” (sottinteso) di ‘ti parti’, quel “tu” evoca, sia pur per enigma, il nome di Guittone, che viene letteralmente trascinato sulla scena dal pronome personale sottinteso. Ed è appunto a quel “tu” che Cavalcanti si riferisce dando il “modello” del sillogismo iniziale, che, proprio per codesto rapporto con il “tu”, non è, come si diceva,  per nulla “neutro”. Il tu sottinteso è un modus significandi per “substantia”:

“Secondo Boezio e i grammatici in generale, scrive Maria Luisa Ardizzone,  un pronome significa sostanza: ‘omnis enim pars orationis, quae significat rem suam per modum habitus et permanentiae, substantiam significat’” [Modi significandi] (25).

Cavalcanti, dunque, sta offrendo a Guittone la possibilità  di valutare  il “modello” o schema logico cui farà riferimento il sillogismo che seguirà, poiché, come dicono i ‘loici’,  “quando l’argomento s’appoggia sulla ‘generalità’ di una proposizione, questa dee essere espressa” (26).   E  Cavalcanti, dopo aver espresso  la sua “proposizione generale”, sembra quasi voler dire:

“ E adesso ti faccio vedere io come si ragiona per sillogismi”.

Infatti, dopo aver dato la pre-condizione metodologica, Cavalcanti instaura un  sillogismo che mima lo schema dato.  Egli cerca subito  la “causa” dell’incapacità di Guittone a far sillogismi: il “difetto di saver”, cioè la causa causarum, vale a dire il Medio, poiché “il momento principale del sillogismo diviene la ricerca del termine medio (sede della causa); sotto questo aspetto il sillogismo rappresenta una prova certa in quanto fondata sulla necessità […] Il termine medio di un sillogismo esprime la causa della conclusione” (27). Quindi, innanzitutto, Cavalcanti  espone chiaramente la “cagione”, perché nella scienza aristotelica “il sapere scientifico è sempre un cognoscere per causas, al di là della ‘verosimiglianza o meno delle ipotesi esplicative’” (28); e la “cagione” è data dal “difetto di saver” di Guittone (difetto di saver ti dà cagione). Guittone,  facendo più che altro paralogismi, mostra di essere  in [evidente] difetto di saver: un ignorante “per definizione”, cioè per  “ignorantia elenchi”. Quindi:

Premessa maggiore: Tutti quelli che sono in difetto di saver fanno sillogismi sbagliati (sollegismi).

Premessa minore: Guittone è fra quelli che sono in difetto di saver.

Conclusione: Quindi Guittone  fa sillogismi sbagliati (sollegismi).

Guittone, infatti,  non sa congegnare un solo “sofismo” degno di questo nome pur nelle sue innumeri “silabate carte”.  Il Papahagi,  a proposito di “sofismo”, spiegava:

“Qui, credo, il veleno ultimo dell’argomento. Pur essendo ‘un ragionamento falso con apparenza di verità’ il sofismo rimane, in fondo, una modalità sillogistica di argomentare: l’articolo indeterminativo suggerirebbe un significato del tipo: ‘anche un solo sofismo’, ‘almeno un sofismo’; con mezzi così inadeguati come le ‘carte silabate’ del verso seguente”  (29).

Nella “conclusione”, si afferma altresì che Guittone avrebbe fatto sbellicare dalle risa l’inclito e la plebe, se avesse insistito a scrivere in rima, o peggio, se avesse  concretato l’intenzione (purtroppo ventilata) di produrre un intero trattato “didattico” e dottrinale, essendo egli in evidentissimo “difetto di saver”. “Il sintagma ‘d’insegnamento volume’, chiosava il sempre attentissimo Marian Papahagi, è inteso come ‘volume dottrinale’ (Pellegrini), come ‘ensenhament provenzale’ (Contini), come ‘trattato didattico’ (Quaglio)” (30).

Alfredo Schiaffini spiegò l’espressione cavalcantiana (difetto di saver) cercando di concedere al povero Guittone, per quanto gli fu possibile, almeno l’onore delle armi.  E’ da ipotizzare, scrisse Schiaffini, che  il “savèr” cavalcantiano “sia da intendere ‘savère’ [=sapere] formale” (31). Anche se  lo stesso Alfredo Schiaffini ci erudisce poi sul fatto che l’espressione “difettoso di savèr” equivale  a “perfetto ignorante”, concordiamo sul fatto che, nel caso specifico, il difetto di saver dev’essere interpretato come un difetto di “savère formale”; ma anche filosofico, è da aggiungere, poiché Cavalcanti sferrò il suo attacco contemporaneamente su due fronti: linguistico e filosofico.

La “caratteristica negativa” di profferer, annotava implacabile Marian Papahagi, “ è data […] dal difetto di saver, e le singole parole, affette da ‘barbarismo’”. Non pago, Papahagi aggiunge una pezza:  “‘Barbarismus est vicium quod consistit ex indebita coniunctione litterarum in sillaba et sillabarum in dictione vel in earundem accentibus’. Se ne può desumere, conclude Papahagi, e ciò non è privo di possibili indicazioni per capire a che cosa esattamente Cavalcanti pensasse, che il ‘barbarismo’ è un vizio della parola”  (32).

L’incipit iniziale con un argomento solo apparentemente neutro come la struttura  del sillogismo  servì dunque a Cavalcanti per mettere Guittone di fronte ad una “verità di ragione” dura e scomoda, tendente molto probabilmente a farlo desistere per sempre dallo scrivere (in versi)  e dal produrre sillogismi  “difettosi”, ricolmi solo di barbarismi. Ciò perché il frate d’Arezzo comprendesse “la causa per la quale la cosa è”, perché “questa causa sia conosciuta come causa”; e, infine, “che sia conosciuta come causa necessaria” (33). Inoltre, non sarà da sottostimare  che Da più a uno face un sollegismo  sottintende anche  il genere disputa o tenzone. I metodi per disputare, spiegava ancora Rosmini, sono essenzialmente tre: il socratico, l’oratorio o conversevole, e il sillogistico, “che è quello che procede in forma di rigorosi sillogismi, e fu portato alla perfezione dagli scolastici, utilissimo, e anche necessario cogli avversari cavillosi” (34). Che Guittone fosse, agli occhi di Cavalcanti, un avversario “cavilloso” da battere assolutamente, non solo con le armi della logica, ma anche con quelli pungenti di una satira spietata è “appalato”, tanto per dirla ancora con il vecchio Iacopone,  dall’impietosa tensione ironica di tutto il sonetto.

“Barbarismus est vitium factum in una parte orationis, soloecismus est vitium factum in contextu orationis”, sentenziava Pompeius (35).  “Il grammatico, chiosa Anna Zago, insiste chiaramente sulla natura ‘sintattica’ del vizio, introducendo qui  anche il termine connexio in aggiunta a contextus” (36).

Ciò detto,  secondo Cavalcanti, era fuori di discussione, nonché “fuor di natura” che  Guittone, adombrasse addirittura  il “proponimento” di scrivere un “di volume insegnamento”.

C’erano indubbiamente delle ragioni potentissime che spronarono Cavalcanti a tentare, attraverso il sillogismo, di convincere (e di persuadere) Guittone a smettere con sofismi e sillogismi assolutamente imperfetti. “Convincere, è dare all’uomo delle cognizioni dimostrate, e riguarda l’intelletto […] Persuadere è movere [sic] la volontà all’assenso” (37).

Il problema di Cavalcanti era duplice: in prima battuta di screditare senza rimedio Guittone di fronte agli “intendenti”. In questo senso, il gioco di Cavalcanti  fu per davvero molto “duro”; il suo j’accuse riguardava infatti l’assenza totale di “perspicuitas” in Guittone: perspicuitas “ che consiste nella comprensibilità intellettuale del discorso” . L’assenza di perspicuitas, “condizione preliminare della credibilità”, mina pertanto nel profondo la “credibilità” di un autore, poiché egli “solo quando viene capito può venir considerato valido ai fini della credibilità” (38). In seconda battuta, si trattava anche di convincere  Guittone (persuadere sembra obiettivo troppo ambizioso, richiedendo l’assenso dell’interlocutore; ma non crediamo che Fra Guittone fosse dell’umore giusto) a smetterla con i sillogismi specie religiosi, tesi a dimostrare (in maniera assolutamente maldestra secondo Cavalcanti) che non v’era peggior peccato di “non creder sia Deo” (39). Ciò era intollerabile per i Cavalcanti tutti (Pater et filius),  che si sentirono assolutamente intrigati dai mal congegnati sofismi di Guittone . E a tal proposito la mente corre alla famosa canzone che Guittone “inviò” a Messer Cavalcante e a messer Lapo, in cui s’invitava i due “eretici” alla conversione (40).

Cavalcanti tentò, dunque, a fil di logica,  di “predisporre” la mente del suo interlocutore ad accettare un  sillogismo esprimente una verità da Monsieur de Lapalisse:  “necessaria”; come a dire che Guittone doveva  essere assolutamente convinto  d’essere “difettoso” di saver.

Il povero Guittone era già “convinto” di suo d’essere in “difetto di saver” (Ben saccio de vertà che ’l meo trovare/Val poco (41), ma  Cavalcanti, per prudenza, infierì viepiù spietatamente su di lui.  Ciò  è dimostrato senza mezzi termini nella seconda strofa, dove, come abbiamo visto,  anche sofismo  è preso come prova inconfutabile dell’ignoranza filosofica e formale di Guittone. Il termine sofismo/a  è non soltanto legato alla capacità di fare un uso “sapiente” delle parole, “sapienza” di cui Fra’ Guittone era in gravissimo “difetto”, ma anche alla possibilità concreta di saper fare un uso corretto del sofisma stesso. Poiché ciò che “disturbava” enormemente  Cavalcanti erano quei tentativi goffi di Guittone di dipingerlo come un miscredente, egli usò “sofismo” come una parola pregnante stante a indicare l’insussistenza vacua e  assolutamente manifesta dei ragionamenti di Fra Guittone.

La “lezione” cavalcantiana sembrerebbe operante nei danteschi  difettivi sillogismi  di Par., XI, 2,  che paiono traslitterare il “difetto di saver” (sillogistico) riferito  a Guittone; mentre i versi concernenti  “l’ingegno di sofista” che “s’acquista giù per dottrina” di Par., XXIV, 79-81 possiedono la stessa carica sarcastica che abbiamo visto nel rismo di Cavalcanti:

“La forza sarcastica di quell’ingegno riferito a sofista, scriveva Francesco di Gregorio, più che squalificare, tecnicamente, le ragioni di un falso ragionamento (le ragioni, cioè, di un sillogismo che muovendo da principi non veri e non rispettando le regole ‘formali’ si precisi come falso ed inconcludente), sembra voler colpire quanto la sofistica offre nel suo aspetto più deteriore, che è il chiacchiericcio vuoto ed inconcludente e, insieme, seduzione di intelletti che non vedono chiaramente” [corsivi miei] (42). Ovvero quelle ridicole  stoltezze, quelle sciocche chiacchiere del “rismo” di Cavalcanti riferito a Guittone. Un  Guittone d’Arezzo che  per Dante apparteneva a una generazione di poeti che “fu”; a quegli “antichi” che lo elogiarono incondizionatamente:

A voce più ch’al ver drizzan li volti,/E così ferman sua opinione/Prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti./Così fer molti antichi di Guittone,/ Di grido in grido per lui dando pregio,/Fin che l’ha vinto il ver con più persone (Purg. XXVI, 121-126).

Guinizzelli, che dispiega a Dante la “storia” della fortuna di Guittone, usa il passato remoto:  Così fer [fecero] molti antichi di Guittone; ma poi passa immediatamente al passato prossimo quando indica coloro che  hanno fatto giustizia di quegli antichi giudizi: Fin che l’ha vinto il ver con più persone. Un passato prossimo che rinvia “soprattutto” alle ruvide  rampogne di Guido Cavalcanti, il quale (con altri), avrebbe stroncato Guittone in un tempo “prossimo”  non tanto al fabulatore Guinizzelli, quanto a Dante stesso.

Papahagi, al proposito, non si lasciò sfuggire una nota estremamente esplicativa di De Robertis:

“Il tema è proprio quello su cui si gioca la fama secolare di Guido: che appunto  le ‘sue speculazioni’ fossero ‘solo se trovar si potesse che Dio non fosse’. E’ dunque verosimile che essa si fondasse sulle sue stesse parole, su questa dichiarazione di non accettazione di ciò che non è dimostrabile., sul suo inflessibile credere nei solidi argomenti umani. Se anche il sonetto veniva a dire che il vecchio Guittone non era riuscito ad argomentare la sua tesi, il termine ‘sofismo’ implicava irrimediabilmente dimostrazione di ciò che non è”  (43); ossia che Guittone era un “dittatore” a cui non bisognava prestare né fede né orecchio.

Nel profferer, che cade ’n barbarismo,

difetto di saver ti dà cagione;

e come far poteresti un sofismo

per silabate carte, fra Guittone?

“O Fra Guittone, ironizza Guido Cavalcanti,  come potresti mai fare  un sofismo in poesia (per silabate carte) quando il tuo profferer (la tua lingua)  è tutto un barbarismo, e denuncia chiarissimamente (ti dà cagione) la tua assoluta ignoranza formale e filosofica (difetto di saver)?”.

Per te non fu giammai una figura;

non fòri ha’ posto in tuo un argomento,

induri quanto più disci.

“Non sei mai riuscito a dar forma  a una sola figura (retorico-stilistica) degna di questo nome, né a un qualsiasi argomento decente (o pertinente), perché, spiega luciferino Cavalcanti, sei ignorante:  “Guittone, più ti affanni a ‘dire’ (più disci, dici),  più la tua lingua diventa oscura e dura (quasi impenetrabile = induri), diventi durus: scrivi peggio d’un provinciale, non come uno di città,  sembra voler suggerire Cavalcanti , perché il tuo “difetto” (di saver) costituisce “crimine” contro la “perspicuitas”, avviando inevitabilmente il tuo discorso verso un’ “obscuritas” che “non permette assolutamente una comprensione” (44).

Oppure, se accettiamo la lezione del chigiano quando più dissi,  ne emerge una rapida riflessione riguardante  il verso 11:

Induri quando più dissi, e pon cura.

La lezione “ quando più dissi”, è stata accettata da Marco Berisso, il quale accoglie la “restituzione” su suggestione della Desideri (45). Anche Nicolò Pasero accoglie la “restituzione” con il seguente commento:

“Qui sono pienamente d’accordo con Desideri sulla conservazione a testo della lezione dissi comune ai testimoni […] corretta da Favati in un disci che ha fatto scuola presso i successivi editori” (46).

Il Favati infatti scrisse:

“Del resto, quanto più egli studia ed impara, più perde in agilità di comprensione ( ‘induri quanto più disci’)” (47).

C’è però il dato essenziale che il “padre” di disci,  nel senso di “studiare” fu, ancora una volta, Flaminio Pellegrini, il quale preferì in prima battuta “studi”: “ ‘Più studi e più diventi ispido e duro’ […] Il dissi dei ms., continuava Pellegrini, cela senza dubbio un disci, che, ove non piaccia il crudo latinismo, può essere anche un semplice dici, sorto attraverso un dicie pon cura, poi cambiato in discie” (48). Restando fermi al tema in esame, concordo con la Desideri circa il mantenimento della lezione chigiana “induri, quando più dissi”, ma le conclusioni sono  un po’ diverse.  L’accettazione della lezione del chigiano (accolta in parte dalla Desideri) è stata ben illustrata e discussa da Pasero, a cui rinvio  (49). A quanto mi è dato vedere, tuttavia, la  suggestione della Desideri  prevede un intervento  “dinamico” sul testo, coinvolgendo  “quando”, trasformato in “quanto”: “induri quanto più [ti] dissi”.

L’ osservazione, pertanto, su questo verso è duplice: da un lato la questione riguarda l’enunciato “e pon cura (ché)” (secondo l’edizione continiana); dall’altro l’espressione “ induri, quando più dissi”.

Sul primo punto, si osserva che, nella tradizione dell’italiano antico, a quanto mi consta da alcuni esempi sotto riportati (ma altri se ne potrebbero aggiungere),  la locuzione “e pon cura” non è mai seguita da un “ché” (accentato) nel senso di poiché, giacché, perché, ma sempre dal comune “che”:

“E quàdo i cauatori hâno alauorarne metalli, eigli dai fero raméti,e distribuisce il seuone le lucerne a peso, e pon cura che”  (50).

 

 

 

“Vuo’ far cominciamento

Dall’apparecchiamento,

E pon cura ch’io pongo

D’un cammin grande”  (51).

“Ed egli a me: Immagina e pon cura,

Che di specie di scimie son per certo

Quante ne vedi di simil figura”  (52)

“E questo solo avvien, se ben pon cura, Che la mente fedel si sonda in Dio, Onde ha autorità Sacra Scrittura”  (53) .

“E pon cura, che il salario corso tu l’hai riceuto già da me” (54).

Quindi il verso di Cavalcanti dovrebbe essere letto come si vede nel chigiano: e pon cura/ Che ’nteso ò  che componi … E pon cura, pertanto, è in enjambement con quel che segue: Che ’nteso ò  che componi […] La traduzione potrebbe essere: “E osserva, nota bene, che ho inteso che (componi), stai componendo, un ‘trattato’, ecc.”.

Veniamo adesso a induri, quando più dissi.

Sul punto in esame si osserva che il  “quando” della lezione del chigiano potrebbe essere mantenuta, perché “quando”  è usato  nell’italiano antico anche nel senso di “se pure” (seppure) “Quando, scrive V. Peretti,  val talora se pure, ogni qual volta” (55).

Pertanto il senso potrebbe essere:

“Induri, ‘seppure’ dissi ‘più’”.  Quanto a  “più”, spiegava Angelo Cerutti, “è compendio di  ‘per il più’, cioè ‘per lo maggiore numero delle volte’” (56).

Il senso complessivo  sarebbe dunque:

“ Continui a persistere nell’errore (induri), seppure [ti] dissi, te lo abbia fatto rilevare (per il più) la maggior parte delle volte, più volte”. Modernamente:  “Continui a persistere nell’errore (57),  seppure ti abbia ammonito più volte; e osserva, nota bene (e pon cura),  che ho inteso che (componi) stai componendo un trattato, ecc.”.  Il che mi sembra uno scioglimento congruo del verso induri, quando dissi più, e pon cura.

 

Sol/legismo

 

Raffinatissima, ai limiti dell’acrobazia, risulterebbe, infine, l’ “ars rettorica” del Magister Guido de Cavalcantibus  se si desse per buona ( e qui passo di tacco la palla agli specialisti di Cavalcanti) la lezione del chigiano L. VIII. 35, che nel primo verso dà sol / Legismo: due parole staccate volutamente, a mio avviso, per syncope, che prevede “il taglio interno nella successione fonetica della parola” (58).  Ciò comporterebbe una nuova e inusitata entrée en scène d’uno spumeggiante metaplasmo, da cui tuttavia,  inevitabilmente, in virtù della syncope , ne insorgerebbe una lettura, che certo non stravolgerebbe il senso generale fin qui discusso, ma che  presupporrebbe  inferenze diverse.

Soffermandoci sol per un istante sul sol/legiamo. Giuseppe Patella  sottolinea come “ legismo può essere considerato come il termine usato nel campo della storia del diritto, in ambito metodologico, per indicare la concezione della legge come unica fonte di diritto” (59).  Legismo compare in vari documenti medievali dall’XI secolo in poi, e pare collegato a termini come  ligius, legius, legismus, ligismus, legitimus, ligitimus e legalis; con ligius  dato alla radice di tutti gli altri termini:

“Le premier [videlicet “ligius”] semblant la racine de l’ensemble”, e con un senso generale, asserisce Mireille Mousnier, che rinvia a un rapporto di forte dipendenza (60). La Mousnier cita poi Henri Pirenne,  il quale notò che ligius (lige) va ben oltre il significato che designa la condizione giuridica di una persona, per indicare, in senso lato, “libre”: “avec la signification de non assujeti à des obligations ou à des restrictions quelconques, […] dans le sens du latin solutus”: sciolto da qualsiasi legame, assoluto (61) . Qui verrebbe da rifarsi al Dante del Convivio per tradurre il possibile legismo cavalcantiano. Tutto il Convivio è uno scoperto peana di Aristotele, per cui , dice Dante, “in quella parte dove aperse la bocca la divina ‘sentenza’ d’Aristotile, da lasciare di parte ogni altrui ‘sentenza’” (62).

L’esperto Baldassare Poli, nel suo Vocabolario tecnico di filosofia, sottolineava come “la scienza  per una parte aspira all’assoluto che è insito nella ragione per la sua naturale tendenza all’universalità delle sue idee e per l’altra informa di principi. L’assoluto è ciò che è sciolto da ogni condizione o limitazione di spazio di tempo. Esso è ontologico o logico […] Come logico esso è il vero necessario ed universale che forma l’apodissi o la vera dimostrazione in virtù della necessità e dell’universalità” (63).

Se dunque “legismo” rinvia, come nel caso in esame, a un “assoluto logico”, il verso di Cavalcanti

Da più a uno face un Sol Legismo

potrebbe significare semplicemente che uno e un solo principio “assoluto” (sol legismo) ( solo la ‘sentenza’ [d’Aristotele]) “produce” (face) il passaggio dall’universale al particolare; dopo di che (cioè dopo i due punti [:]), Cavalcanti fornisce la  “formula” del sillogismo “perfetto”, enunciata nei vv. 2-3:

di maggior in minor mezzo si pone,

che pruova il necessario.

Il sol/legismo del chigiano  rinvierebbe dunque a un  metaplasmo molto ingegnoso, tutto giocato sull’abile “syncope” di sollegismo.

 

Note

 

1) Lorenzo Caracci Mascetta, “I tre Guidi (Guinizelli, Cavalcanti, Guittone)”, in  L’Archiginnasio , 1934,  XXIX (Continuazione e fine), p. 122. La prima parte apparve nel 1933, XXVIII.

2) Marian Papahagi, “Una lezione di logica nel Duecento (per l’ interpretazione del sonetto cavalcantiano ‘Da piu a uno face un sollegismo’)”, in Studia Universitatis Babeș-Bolyai: Series philologia, 1993, n. 4, vol. 38,  p. 21.

3) Giovannella Desideri, “Sed rideret Aristotiles si audiret … ‘Da più a uno face un sollegismo’”, in Critica del testo, 2001, IV, 1 , p. 216.

4) Nicolò Pasero, “Contributi all’interpretazione del sonetto ‘Da più a uno face un sollegismo’ di Guido Cavalcanti”, in Medioevo letterario d’Italia, 2009, n. 6, p. 27.

5) Ernesto Giacomo Parodi, Recensione a Fredrick Wulff, “Dante, Pietra in pietra” (Nella Romania, XXV, 455-458), in Bullettino della società dantesca italiana, Firenze, ottobre-novembre 1896, Vol. IV, fasc.  1-2,  p. 14.

6) Vincenzio Nannucci, Analisi critica dei verbi italiani, Firenze, Le Monnier, 1843,  p. 606.

7) Guittone, Canzoniere, a cura di Lino Leonardi, Torino, Einaudi, 1994,  pp. 111- 112 nota 14.

8) Bertrando Spaventa, Psiche e Metafisica, a cura di Domenico D’Orsi. Messina-Firenze, D’Anna, 1978, p. XVI.

9) Flaminio Pellegrini, “Rassegna bibliografica”. Recensione a Giulio Salvadori, La poesia giovanile e la canzone d’amore di Guido Cavalcanti, Roma, Società Editrice Dante alighieri, 1895, in GSLI, 1895, Vol. XXVI, p. 210.

10) Della dialettica libri Quattro, di Baldassare Labanca, In Firenze, Pei Tipi di M. Cellini e C., 1874, Vol. I,  p. 33.

11) Elementi di filosofia del P. Giuseppe Romano, Palermo, presso Bernardo Virzì, 1953, Tomo Primo, p. 284.

12) Francesco di Gregorio, “Il Canto XXIV del ‘Paradiso’. La fede tra ‘ousia’ e letteratura”, in L’Alighieri, gennaio-giugno 1989, n. 1, p. 35.

13) Tesoro della Lingua Italiana delle Origini (TLIO), 2011, 17/17, Semebachi-Zurachese, p. 10891.

14) cfr. la V. solecismo in TLIO, p. 10890.

15) Paul Zumthor, Lingua e tecniche poetiche nell’età romanica, Bologna, Il Mulino, 1973, p. 88.

16) Bono Giamboni, Fiore di rettorica, p. 135 [ La redazione α. Fioretto della rettorica, cioè alcuno stratto di quella e d’altri utlissimi libri in dottrina di parlare [α V]. Biblioteca italiana. Catalogo digitalizzato della Sapienza di Roma.

17) Giovannella Desideri, “Sed rideret Aristotiles si audiret … ‘Da più a uno face un sollegismo’”, cit.,  p. 211.

18) Cesare Segre, “Le Lettere di Frate Guittone”, in Lingua, Stile, Società, Milano, Feltrinelli, 1975, p. 106.

19) Ivi, pp. 108-109.

20) Emilio Pasquini, Fra Due e Quattrocento. Cronotopi letterari in Italia, Milano, Angeli, 2012,  p. 40.

21) Aristoteles Latinus: Categoriae vel Praedicamenta. I:6-7. Categoriarum supplementa, Edidit  Laurentius  Minio-Paluello, E.J. Brill, Leiden, 1962,  p. 56.

22) Bono Giamboni, Fiore di rettorica, edizione critica a cura di G. Speroni, Pavia,  1994, p. CXLI.

23) Giovannella Desideri, Sed rideret Aristotiles si audiret …, cit., p. 210.

24) Marian Andrzej Wesoly, “La prospettiva analitica dei sillogismi categorici e modali di Aristotele”, in PEITHO/Examina Antiqua 1, 2018, 9,  p. 88.

25) Maria Luisa Ardizzone, Guido Cavalcanti. L’altro Medioevo, Cadmo, 2006, p. 91,  nota 68.

26) Antonio Rosmini, Logica. Libri tre, Torino, 1853, p. 297.

27) A. di Giorgio-D. Chiffi, “Introduzione”, in AA.VV., Prova e giustificazione, Torino, Giappichelli, 2013, p. 4 e nota.

28) Enzo Melandri, La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, Bologna, Il Mulino, 1968, p. 635.

29) Marian Papahagi, “Una lezione di logica nel Duecento …”, cit., p. 21.

30) Ivi, p. 25 nota 89.

31) Alfredo Schiaffini, “Dante giudice di poesia”, in  Italiano antico e moderno, 1975, p. 94.

32) Marian Papahagi, “Una lezione di logica nel Duecento …”, cit., p. 20. La questione del barbarismo e del solecismo è stata rilevata dalla critica a livello planetario; ricordo qui l’ottimo e puntiglioso lavoro di Corina Schmauser,  “Barbarismo und solecismo in der italienischen Literatur und Lexikographie”, in “I vizi del favellare”. Barbarismus und Solözismus in den italienischen Grammatiken der Frühen Neuzeit, Erlangen FAU University Press, 2018,  p. 42, in cui si fa, ovviamente, notare che profferere si trova anche nel poeta  Stilnovista Guido Cavalcanti (1258-1300) in Da più a uno face un sollegismo: “Nel profferer, che cade ’n barbarismo”.

33) Antonio Rosmini, Logica. Libri tre, cit.,  pp. 304-305.

34) Ivi, pp. 318-319.

35) “Pompeii Commentum Artis Donati”, in Grammatici Latini, ex recensione Henrici Keilii, Lipsiae, In Aedibus B.G. Teubneri, MDCCCLXVIII, Vol. 5, p. 283.

36) Pompeii Commentum in Artis Donati partem tertiam: a cura di Anna Zago, Weidemann, 2017, p. 174.

37) Antonio Rosmini, Logica. Libri tre, cit., p. 374.

38) Heinrich  Lausberg, Elementi di retorica, Bologna, Il Mulino, 1969,  p. 79.

39) Noemi Ghetti, L’ombra di Cavalcanti e Dante, cit., p. 27.

40) Canzone XXVI in Le Rime di Guittone D’Arezzo, a cura di Francesco Egidi, Bari, Laterza, 1940, p. 64, vv. 104-105: A Messer Cavalcante e a messer Lapo,/ va mia canzone …

41) Ivi, Sonetto 25, p. 151, v. 1.

42) Francesco di Gregorio, Il Canto XXIV del ‘Paradiso’. La fede tra ‘ousia’ e letteratura …, cit., pp. 36-37.

43) Il passo di De Robertis in Marian Papahagi, “Una lezione di logica nel Duecento …”, cit., p. 6 nota 17.

44) Heinrich Lausberg, Elementi di retorica, cit.,  p. 131.

45) Poesie dello Stilnovo, a cura di Marco Berisso, Milano, BUR, 2006, p. 198,  nota 35 A Guittone d’Arezzo.

46) Nicolò Pasero, Contributi all’interpretazione del sonetto ‘Da più a uno face un sollegismo’ di Guido Cavalcanti, cit., p. 33 nota.

47) Guido Favati, Inchiesta sul dolce Stil Nuovo, Firenze, Le Monnier, 1975, p. 79.

48) Flaminio Pellegrini, in “Rassegna bibliografica”, cit., p. 210, nota 4.

49) Nicolò Pasero, Contributi …,  cit., p. 33 nota 11.

50) Opera di Giorgio Agricola de l’arte de metalli, in Basilea, 1563, p. 80.

51) “Dei Documenti d’amore”, Documento VIII, in Parnaso Italiano XI, Venezia, Giuseppe Antonelli, 1843,  p. 617.

52) Il Dittamondo di Fazio degli Uberti, Venezia, Giuseppe Antonelli, 1835, p. 331.

53) Saggio del prospetto generale di tutti i verbi anomali e difettivi, di Vincenzio Nannucci, Firenze, Tommaso Baracchi, 1853, p. 369.

54) Desiderio, e speranza fantastichi. Comedia tropologica. Da Desiderio Cini di Pistoia, in Venetia, Combi,  1608, p. 253.

55) Vocabolario poetico, in cui si spiegano le voci ed elocuzioni proprie della poesia italiana, di Vincenzo Peretti, Londra Spilbury, 1800, p. 129.

56) Grammatica filosofica della lingua italiana, di Angelo Cerutti, Roma, Brancadoro, 1831, p. 209.

57) “Deh se tu se’ uomo come sono gli altri, giovino tanti conforti quanti noi ti doniamo, e vaglia il mostrarti la verità come noi mostriamo, e non indurare pure sopra il tuo non vero parere”. Cfr. G. Boccaccio, Il Filocolo, a cura di E. De Ferri, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1921, p. 221 nota 1.

58) Heinrich Lausberg, Elementi di retorica, cit.,  p. 77.

59) Giuseppe Patella, Simbolo, metafora e linguaggio nella elaborazione filosofico-scientifica e giuridico-politica, Edizioni Sestante, 1998,  p. 124.

60) Mireille Mousnier, “Dono unum hominem meum. Désignations de la dépendance du XIème au XIII siècle en Languedoc occidental », in Mélanges de l’Ecole française de Rome: Moyen âge, 1999, tome 111, n°1, p. 54.

61) Henri Pirenne, « Qu’est-ce qu’un homme lige?», in  Bulletins de l’Académie royale de Belgique, 1909, n° 3, pp. 46- 60, p. 49.

62) Convivio, IV, XVII, p. 183 ed. Barbi.

63) Baldassare Poli, “Saggio d’un vocabolario tecnico di filosofia”, Estratto dalle Memorie del Reale Istituto Lombardo, Milano, Bernardoni, Vol. XIII, Serie III,  1874,  p. 53.

 

 

 

 

 

 

 

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